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Eritrea.
14 cristiani rilasciati su cauzione
18 febbraio 2010
Dopo le ondate di arresti indiscriminati di cristiani avvenute nell’ultimo mese dell’anno, oggi vi riportiamo una buona notizia per 14 cristiani detenuti a causa della loro fede. Il 5 febbraio scorso, le autorità di Adi-Nefase (il campo militare ad Assab) hanno deciso per il rilascio di 12 cristiani della Chiesa di Kale-Hiwot, in prigione ingiustamente da ben 2 anni. A questa decisione si aggiunge quella del famigerato campo di Mitire, con la quale ad altri 2 cristiani, membri della Chiesa Rhema, è stata concessa la libertà su cauzione. Come sapete non vi è libertà di culto in Eritrea al di fuori delle confessioni riconosciute, che sono l’Ortodossa, la Cattolica, la Luterana e, ovviamente, l’Islam.
Di seguito pubblichiamo i nomi dei 12 rilasciati dal campo militare di Adi-Nefase: 7 giovani uomini, Fetewe Gebremichel, Yosief Yehdego, Kibreab Tsegay, Habtom Kiros, Bereket Tesfay, Hiyabu Genzebu, Amanuiel Mehari; e 5 giovani donne, Almaze Teckle, Hagosa Abraha, Emnet Kiflom, Terhase Measho e Hiwet Kibrom. Tutti al tempo dell’arresto erano studenti delle superiori. Al momento del rilascio è stato intimato loro di non partecipare a nessun tipo di attività cristiana e semmai dovessero disobbedire a tale ordine, è stata promessa loro l’esecuzione sul posto.
Contesto e situazione diverse per gli altri due giovani uomini, in precedenza soldati dell’esercito regolare, rilasciati dal campo di Mitire dopo un anno e 7 mesi di detenzione: Aklilu Tesfamichel e Gebru Tesfayon, questi i loro nomi, erano stati incarcerati per aver condiviso il Vangelo di Cristo con alcuni commilitoni, un gesto che hanno pagato con l’internamento in uno dei campi più duri e inumani dell’Eritrea. Oggi sono tornati a ricoprire il ruolo nell’esercito che avevano prima di essere arrestati.
I dati precisi sul numero di prigionieri cristiani detenuti nelle terribili carceri eritree sono difficili da raccogliere. Da una recente analisi si parla di oltre 2.220 persone, ma è assai difficile avere la stima esatta, poiché altri calcoli elevano il numero fino a poco meno di 3.000. Quel che è certo è che fra loro ci sono 38 leader di comunità, arrestati per la loro attività cristiana, ma detenuti senza nemmeno un capod’accusa. 17 di loro sono in carcere da più di 5 lunghissimi anni.
India.
La polizia collusa con i fondamentalisti indù!
15 febbraio 2010
La Commissione di Giustizia Somasekhara, voluta dal governo indiano per indagare sugli attacchi contro i cristiani nei distretti di Mangalore e Dakshina Kannada (stato di Karnataka, quindi non Orissa), ha concluso il suo rapporto e lo ha inviato alle autorità competenti. Il rapporto risulta quanto meno esplosivo, poiché dopo le varie investigazioni la commissione ha stabilito che alti dirigenti della polizia, dell’amministrazione e delle autorità locali hanno complottato, in evidente reato di collusione, con l’ala di destra del movimento fondamentalista indù nell’organizzazione degli attacchi e delle violenze a danno dei cristiani. Somasekhara, il giudice dell’Alta Corte che ha presieduto la commissione, consiglia poi vivamente al governo dello stato indiano di Karnataka, di dichiarare pubblicamente il proprio impegno a proteggere le minoranze religiose, al fine di lanciare un messaggio chiaro all’ala più fondamentalista indù e cercare così di creare un clima più vivibile, utile, a nostro avviso, a tutta la società non solo alle minoranze in questione.
Intanto la delegazione dell’Unione Europea ha concluso quello che è stato definito da alcuni partecipanti un tour fruttuoso nelle zone dello stato dell’Orissa, scenario delle tremende violenze dell’agosto del 2008 (e non solo).“Abbiamo avuto un ottimo incontro con le autorità del distretto di Kandhamal”, ha affermato Gabriele Annis, rappresentante italiano della delegazione, aggiungendo poi: “E’ stato fruttuoso. Abbiamo avuto un’aperta e franca discussione. Ci hanno aiutato a capire la situazione e che cosa sia accaduto 15 mesi fa”. Raphael Cheenath, arcivescovo in Orissa (Cuttack-Bhubaneswar), ha affermato nei giorni passati che, a dispetto delle dichiarazioni delle autorità statali e degli esponenti delle amministrazioni locali, la vita per i cristiani vittime delle violenze degli estremisti indù rimane ben lontana da una qualsivoglia parvenza di normalità: in migliaia vivono ancora in baracche di fortuna ai lati delle strade o nelle foreste, e gli ufficiali della polizia locale continuano a perseguitarli in vari modi. “La dirigenza locale è immischiata con i tragici fatti accaduti, non ha mancato di corrompere e di eseguire vere e proprie operazioni di pulizia e riordino puramente estetico ogniqualvolta si sia presentata una delegazione di politici e/o dignitari in visita da queste parti… Persone innocenti sono state obbligate con la forza a dare un’immagine falsa della realtà. Il governatore dell’Orissa dovrebbe investigare sul ruolo e sulle funzioni dell’intera amministrazione del distretto… E’ strano che ufficiali che erano presenti durante le violenze e gli incendi siano ancora al loro posto e dichiarino serenamente che nel distretto c’è la pace”.Inoltre giungono critiche da più parti nei confronti del Primo Ministro Manmohan Singh e del governatore dell’Orissa Naveen Patnaik, riguardo agli indennizzi e agli aiuti promessi alle vittime degli attacchi, secondo molti totalmente inadeguati quando non del tutto mancanti. Prima della visita della delegazione europea, si sono levate accuse per l’opera di “restyling” fatta nelle zone colpite dalle violenze dalle autorità del distretto di Kandhamal, come per esempio l’evacuazione forzata di un centinaio di cristiani dal villaggio di Udayagiri (tra i quali molte donne e bambini). Pesanti accuse anche a carico del sistema giudiziario che, secondo varie fonti, avrebbe arbitrariamente stralciato moltissimi casi, non dando giustizia a migliaia di vittime.
Mentre tutto questo accade, rinnoviamo la nostra segnalazione di continue discriminazioni, violenze e soprusi di vario genere a danno di cristiani in molte parti dell’India.
Indonesia: che le chiese cessino le loro attività!
8 febbraio 2010
Non migliora la situazione per i cristiani in Indonesia, il più popoloso paese musulmano del mondo. Negli ultimi tempi anche questa nazione è oggetto di una recrudescenza dell’intolleranza e della discriminazione a danno della minoranza cristiana, un leitmotiv di buona parte del mondo musulmano attuale. Proprio in questo periodo la Corte Costituzionale Indonesiana discuterà la possibilità di una revisione della legge contro la blasfemia (con questo termine si intende ogni forma di offesa/oltraggio alla religione islamica, al corano e a Maometto). Fin dal 1965 (anno dell’introduzione della legge), tale norma suscitò profonda preoccupazione negli indonesiani non musulmani, in quanto si presentava come un evidente ostacolo alla libertà di religione e allo spirito pluralistico e democratico della nazione, richiamato dalla stessa costituzione del paese. Di fatto poi, tale provvedimento ha finito per essere un tassello in più nell’involuzione continua delle condizioni dei cristiani (e di altre minoranze) nel territorio.
E’ notizia del 4 febbraio scorso l’ordine da parte delle autorità locali dell’isola di Java di chiudere definitivamente due chiese della zona. Sotto la pressione dei gruppi islamici più estremisti (sempre più influenti in tutti gli ambiti governativi), le autorità della provincia di Banten hanno ordinato la cessazione delle attività della Chiesa Cristiana Battista di Sepatan, distretto di Tangerang. “La pressione eserciata dai gruppi islamici è così forte, che le amministrazioni locali sembrano impotenti” ci ha riferito un preoccupatissimo Bedali Hulu, pastore della succitata congregazione. La chiesa, peraltro, possiede un regolare permesso ministeriale - oltre che un accordo con la cittadinanza locale - sin dalla sua apertura, avvenuta nel 1969. Tale permesso fu poi ulteriormente confermato nel 2006, ma il Fronte dei Difensori Islamici (un movimento integralista) negli ultimi tempi ha esercitato pressioni di vario genere, non disdegnando plateali e aggressive azioni di disturbo contro i culti e le riunioni della chiesa, oltre che le consuete lettere minatorie contro il pastore e la sua famiglia.L’anno scorso, inoltre, venne appiccato un incendio che danneggiò parte della chiesa, ma la polizia non prese nessun tipo di provvedimento in merito.
Sempre a Java, vicino alla città di Bekasi, l’amministrazione locale ha dato un termine ultimo di cessazione delle attività alla congregazione cristiana Huria Christian Protestant Batak Church, presente nella cittadina di Pondok Timur sin dal 2006. Il pastore Luspida Simanjuntak sostiene di essere stato invitato a un incontro per discutere sulla presenza della chiesa evangelica nella comunità, dato che alcuni residenti musulmani si opponevano all’esistenza stessa della congregazione, e di non avere avuto nemmeno lo spazio e il diritto di dire una parola: di fatti, si è visto consegnare una lettera nella quale si decretava la cessazione delle attività della chiesa per il 31 gennaio 2010. La chiesa ha fatto regolare richiesta sin dal 2006 di permesso, concesso solo per la casa del pastore: sono passati quasi 4 anni e le autorità locali stanno ancora processando la richiesta, una tipica forma di ostruzionismo che rende impossibile la nascita di chiese regolari.
NOI DOBBIAMO PREGARE!
Iran: analizziamo la situazione
11 febbraio 2010
Sono in corso i festeggiamenti per il 31° anniversario della rivoluzione islamica in Iran, una celebrazione importante nel calendario iraniano, caratterizzata quest’anno da scontri e violenze.
L’onda verde (così è stato ribattezzato il movimento che si oppone all’attuale governo iraniano) fa scendere in strada migliaia di manifestanti e lo fa per la prima volta dopo la brutale repressione del dicembre scorso (almeno 8 morti) e mesi dopo l'inizio delle proteste seguite alla rielezione di Ahmadinejad. Il governo reagisce con le maniere forti, non ammettendo contestazioni e opposizioni di sorta, non ultimo ricorrendo all’impiccagione di giovani manifestanti (avvenuta proprio a fine gennaio), un monito per tutti gli altri. Ma evidentemente la repressione attuata non basta, perché oggi ricomincia l’onda verde sia a Teheran che in altre città come Isfahan e Shiraz, e con essa i lacrimogeni e le cariche della polizia, i pestaggi e le violenze dei basiji: si contano già decine di feriti e una ragazza di 27 anni è stata uccisa, i giornalisti stranieri non hanno il permesso di seguire i cortei, perciò ancora una volta è internet a raccogliere le testimonianze della gente e a far passare notizie attraverso le maglie della censura.
A proposito di questo si segnala un’ulteriore stretta su internet; infatti l'agenzia iraniana per le telecomunicazioni ha oscurato Gmail, il servizio di posta elettronica di Google, oltre che altre misure restrittive. Ma il mezzo internet, che ricordiamo essere ufficialmente candidato al Nobel per la Pace, non sembra potersi arginare e proprio tramite la rete giunge la beffarda contromossa degli oppositori, che tramite alcuni hacker sono riusciti a oscurare i tre principali siti filo governativi, Fars News, Irna e Press Tv. A quanto pare, il governo, tramite la polizia, è arrivato addirittura a confiscare le parabole satellitari e molte denuncie arrivano da gente comune che si è vista controllare o sottrarre anche i cellulari. Le ultime notizie parlano inoltre di un’aggressione mirata ai capi dell’opposizione, al leader riformista Mehdi Karrubi e all'ex presidente Mohammad Khatami.
La situazione è dunque incandescente e mentre il presidente Ahmadinejad tiene i blindatissimi comizi ufficiali, sfida la comunità internazionale portando avanti il programma nucleare e parla col presidente siriano sul metodo con cui dovrebbero spazzare via Israele, parte del popolo iraniano contesta chiaramente il regime, ritenuto ormai distante e chiuso. Per capire in quale contesto sociale vivono - o forse sarebbe più opportuno dire sopravvivono - i cristiani iraniani vale la pena chiedersi quali siano le linee guida di queste proteste, all’interno delle quali non si esclude di certo che vi siano cristiani (dato che con Ahmadinejad la loro situazione è progressivamente peggiorata). La teocrazia iraniana, nata dalla rivoluzione islamica che oggi viene celebrata, è protetta innanzitutto dall’esercito (contro i nemici esterni), poi dai pasdaran o Corpo delle Guardie della rivoluzione islamica (contro i nemici interni) e dalle milizie basiji, una forza paramilitare volontaria che difende il regime in cambio di privilegi come compensi e accesso alle università. Va notato che il dissenso di molti iraniani non è da ingabbiare in una concezione occidentale di contestazione. Se da una parte è vero che gli iraniani iniziano a bramare l’applicazione di concetti come la libertà e la democrazia, dall’altra tra i motivi principali della protesta sembra esserci soprattutto la ricerca di stili di vita più legati ai canoni consumistici tipici del capitalismo; sta quindi montando un malessere diffuso nei confronti della belligeranza folle di Ahmadinejad, che isola il paese dal resto del mondo con un impatto pesante sull’economia della gente comune.
14 cristiani sono stati detenuti per settimane senza avere accesso a un avvocato. 3 credenti, i cui nomi sono Maryam Jalili, Mitra Zahmati e Farzan Matin, rimangono nella prigione Evin di Tehran, arrestati dalla polizia assieme ad altri 12 durante il periodo natalizio (leggi anche Iran: ondate di arresti durante le feste). Maryam Jalili è sposata e ha due figli (nella foto). Non sappiamo nulla sulle loro condizioni di prigionia. Altri 7 cristiani nella città di Shiraz (dove sono in corso degli scontri) sono stati arrestati e alcuni dovrebbero affrontare l’imputazione di apostasia (punibile con la morte). Agenzie governative e non-governative dichiarano che i cristiani in Iran vengono regolarmente tenuti sotto sorveglianza, arrestati, imprigionati senza processo e in alcuni casi torturati. L’instabilità sociale e le manifestazioni contro il regime vengono usate come scuse per intensificare l’attività repressiva anche contro i cristiani: ecco perché da tempo vi stiamo parlando delle proteste in Iran.
India:
delegati europei finalmente possono visitare le zone degli attacchi
01 febbraio 2010
Finalmente dopo ripetuti ed estenuanti tentativi da parte delle delegazioni dell’Unione Europea di far visita a Kandhamal (distretto dello stato indiano di Orissa), le autorità indiane hanno concesso un permesso ai diplomatici europei, a patto che essi non svolgano nessun tipo di attività di indagine sui tragici fatti accaduti in questa zona. Nel 2008 il distretto di Kandhamal (e non solo), infatti, fu teatro di una feroce ondata di attacchi contro i cristiani, un evento che sconvolse il mondo occidentale, demolendo l’immagine pacifica della cosiddetta più grande democrazia del pianeta. Oltre 120 persone assassinate, migliaia di case e centinaia di chiese bruciate o rase al suolo, senza parlare poi degli oltre 50.000 sfollati, scampati alla follia omicida degli estremisti indù rifugiandosi nei boschi, nelle foreste e negli improvvisati campi profughi, un fatto che lo stesso Primo Ministro indiano non esitò a definire “una vergogna nazionale”.Ebbene, le stesse autorità indiane, per mesi e mesi hanno proibito alle varie delegazioni internazionali di far visita ai campi profughi, tanto che solo ora i diplomatici UE ricevono il permesso di andare nello stato di Orissa, a patto che nessuna indagine conoscitiva sia svolta.
Ironicamente nel 2009, il leader del partito indù nazionalista Rashtriya Swayamsevak Sangh (RSS), Mohan Bhagwat, aveva liberamente visitato la zona e organizzato un grande raduno di adepti (per la precisione a Bhubaneswar). Da molti (in particolare dalle vittime), proprio questo leader, Bhagwat, è indicato come una delle menti degli attacchi; inoltre ben 85 membri dello stesso partito nazionalista, sono sotto indagine da parte della polizia con l’accusa di aver preso parte agli attacchi.
Dunque un team di 13 rappresentati dell’Unione Europea, capeggiato dal deputato spagnolo Ramon Moreno, svolgerà un tour di 4 giorni a Kandhamal, per il quale all’inizio le autorità federali dello stato di Orissa avevano comunque rigettato la possibilità di anche solo passare per le zone specifiche teatro delle violenze anti-cristiane; poi, in un secondo momento, probabilmente a causa di pressioni diplomatiche, hanno accettato, ma alla succitata condizione. L’obiettivo del tour, naturalmente, sarebbe quello di verificare gli sforzi fatti dal governo indiano per soccorrere le vittime e perseguire i colpevoli degli attacchi, ma dubitiamo che sia possibile. Un locale attivista per i diritti umani, Ajay Singh, parla già di sgomberi forzati di profughi dalle zone dove dovrebbe passare la delegazione europea, oltre che delle continue violazioni dei diritti umani subite dalle vittime, molte delle quali impossibilitate a tornare nelle loro case - pena ulteriori violenze - a meno che non rinneghino la loro fede e si convertano all’induismo. Alcuni indennizzi (statali e di organizzazioni cristiane e non) sono stati dati alle vittime, non a tutte e solo una minima parte di quello che era stato promesso, si parla di 1.100 persone contro i 50.000 profughi derivanti dagli attacchi. Per di più, oltre alle minacce degli estremisti subite dai molti cristiani che hanno perduto tutto quello che avevano, segnaliamo che discriminazioni, violenze e soprusi di vario genere sono stati perpetrati a danno di credenti in molte parti dell’India nel solo mese di dicembre, tra cui si contano casi in Karnataka, Andhra Pradesh, Tamil Nadu, Maharashtra, New Delhi e molte altre zone.
Confidiamo davvero che questa delegazione europea possa discostarsi dalla semplice visita di diplomatica di cortesia e possa diventare uno strumento per amplificare la voce dei cristiani indiani.
Nigeria: aggiornamenti da Jos
28 gennaio 2010
Vi teniamo informati sugli sviluppi dell’incandescente situazione a Jos, stato di Plateau, Nigeria. Notizie e cifre rimbalzano sia dalla stampa internazionale che dai nostri contatti in terra nigeriana e, come sempre accade in questi casi, ci vuole tempo affinché il mosaico degli avvenimenti appaia chiaro ai nostri occhi. Sembra evidente che vi sia una mirata campagna di disinformazione, tesa a rendere ancor più confusa la situazione, campagna utile a chi fomenta questi scontri religiosi poiché l’obiettivo è proprio l’instabilità politica e il terrore, un humus fecondo da cui possono facilmente fiorire estremismi di vario genere, un copione già visto tante volte e, purtroppo, molto efficace nella sua più brutale applicazione. Il senatore del Parlamento nigeriano, Ladan Shuni, ha dichiarato durante una convention che i problemi della Nigeria, l’instabilità, l’ingovernabilità e i disastri più grandi avvengono nel nord di questo grande paese, e che la responsabilità chiara è dei leader di questi stati.
D’altra parte, per fare un esempio di come si stiano affrontando queste ondate di violenza, il Presidente Umaru Yar'Adua (fonte Human Rights Watch), dopo i terribili fatti del novembre 2008 (oltre 500 morti), istituì una commissione per investigare sui colpevoli di quegli scontri (al tempo furono gruppi armati di estremisti islamici), ma tale commissione avrebbe iniziato i suoi lavori solo nel dicembre del 2009, un mese fa, ben più di un anno dopo gli accadimenti. Ci permettiamo la libertà di far notare come ben 12 stati del nord del paese abbiano approvato la sharia e come questa visione estremista (e che viola la costituzione della Nigeria stessa, poiché la legge islamica tende a piegare le leggi dello stato alle leggi religiose) abbia creato non pochi problemi sociali interni, tra cui le terribili manifestazioni di intolleranza nei confronti di chi, in queste zone, osa non abbracciare l’Islam. Tuttavia, l’analisi del contesto sociale non è così semplice: esistono, infatti, tensioni sociali inerenti alle differenti etnie presenti nel paese (in particolare le 3 più grandi, Hausa, Yoruba e Ibo) e al relativo accesso alle (poche) risorse sociali, economiche e politiche (oltre che militari, da sempre ambite); esiste una corruzione diffusa in tutti i livelli della politica che pregiudica la stabilità del governo territoriale e che diffonde un malcontento generale; esistono violazioni continue dei diritti umani perpetrate dalle stesse forze dell’ordine (dalle botte alle torture, dagli incarceramenti arbitrari all’uso insensato della violenza per reprimere le tensioni sociali) e denunciate da varie ONG internazionali che si occupano di diritti umani; esiste un’ingerenza crescente di gruppi di estremisti islamici, decisi ad instaurare con la forza uno stato islamico; esiste un problema “Delta del Niger” collegato ai giacimenti di petrolio e gas e agli ingenti interessi economici sottostanti… come dire, il problema Nigeria è molto complesso eva ben oltre il “conflitto interreligioso” come molti giornalisti lo definiscono.
Per quanto riguarda i nostri fratelli,
ci giungono alcuni dati certi dalla Christian Association of Nigeria (o CAN, che però non include tutte le comunità cristiane, quindi sono dati pur sempre parziali), che parlano di 46 cristiani uccisi, tra cui 2 pastori, qualche decina di dispersi, almeno 10 chiese incendiate e danni a case e proprietà di vario tipo. Anche la Evangelical Church of West Africa (ECWA), per voce del presidente Anthony Farinto, denuncia la sparizione di membri delle comunità cristiane associate e la distruzione di molti edifici, aggiungendo il timore che molti dispersi possano non essere più ritrovati (come accadde in passato) perché seppelliti in fretta e furia nelle funzioni collettive dei musulmani. Denunce simili arrivano dalle Chiese Apostoliche e dalle Assemblee di Dio della città di Jos. Da più parti si parla di un coinvolgimento di alcuni membri delle forze dell’ordine negli scontri (questo spiegherebbe i molti avvistamenti di persone in uniforme intente a sparare contro inermi cittadini); per sedare i tumulti, esattamente come accadde nel 2008, la polizia e l’esercito finiscono per uccidere molte più persone di quelle morte negli scontri. La Pentecostal Fellowship of Nigeria (PFN) ha accusato apertamente il Generale in Comando Salleh Maina e alcuni soldati di aver preso parte attivamente agli scontri. Più leader cristiani chiedono l’istituzione di una specifica task force dedicata a prevenire le violenze interreligiose, con compiti di investigazione, pacificazione e vigilanza. Vale la pena ribadire che il commissario di polizia dello Stato di Plateau, Greg Anyating, ha ufficialmente identificato come responsabile degli inizi degli scontri un gruppo di giovani estremisti islamici. L’escalation di violenza è risultata inevitabile; è ovviamente plausibile che i cristiani si siano difesi, anche con la forza. Dunque tra la reazione dei cristiani e la violenta repressione delle forze dell’ordine, anche molti musulmani sono rimasti uccisi. Si osserva infine con attenzione l’evolversi della situazione in Nigeria; il contesto politico nazionale non è per nulla stabile. Il Presidente Umaru Yar'Adua, malato, manca dal suo paese dal 23 novembre 2009: si trova infatti in Arabia Saudita per ricevere delle cure mediche specializzate. Non nascondiamo l’apprensione per tutti i cristiani che vivono nella parte nord della Nigeria
Analisi della persecuzione nel mondo
(gennaio 2010)
Il periodo coperto da questa versione di World Watch List è dal 1 novembre 2008 al 31 ottobre 2009. Significa che i mesi novembre e dicembre del 2009 non sono stati inclusi.
La World Watch List, la lista nera dei paesi ove la persecuzione è reale, è compilata attraverso un questionario appositamente progettato, composto da 50 domande riguardanti vari aspetti della liberà religiosa. Viene assegnato una sorta di punteggio a seconda della risposta che viene data a ogni domanda. Le domande vengono poste a esperti, conoscitori, residenti e contatti di vario genere, per fornire dati il più possibile aderenti alla realtà. Il numero totale di punti per paese determina la sua posizione nella lista. Le domande riguardano la situazione legale, lo status ufficiale dei cristiani (es. La costituzione e/o le leggi nazionali garantiscono la libertà religiosa? Agli individui è permesso dalla legge convertirsi al cristianesimo?) e le attuali condizioni dei singoli cristiani (i cristiani vengono uccisi per la loro fede? Vengono condannati a pene detentive, campi di lavoro o mandati in ospedali psichiatrici a causa della loro fede?). Viene analizzato il ruolo della chiesa nella società (i luoghi d’incontro cristiani e/o le case dei cristiani vengono attaccati per motivi religiosi?) e la produzione di materiale cristiano (i cristiani hanno la libertà di stampare e distribuire materiale cristiano? Le pubblicazioni vengono censurate/proibite in questo paese?). La colonna “Variazione” indica invece la certezza delle informazioni che abbiamo ottenuto. Accade a volte che le informazioni non vengano del tutto confermate o siano parzialmente incomplete. In quel caso, il valore della “variazione” sarà più alto e tale valore è stato pensato proprio per offrire una classificazione empiricamente adeguata., qui di seguito vi mostriamo la lista completa dei 50 paesi dove la persecuzione a danno dei cristiani è maggiore, con i dati più recenti elaborati a gennaio 2010 (colonna 2010) comparati a quelli dell'anno precedente elaborati a gennaio 2009 (colonna 2009); inoltre trovate la colonna "Trend", dove "=" significa che la situazione è rimasta invariata, "-" che si è registrato un peggioramento e "+" che invece vi è stato un miglioramento. La colonna "Variaz." sta per variazione e il significato lo trovate all'inizio di questo articolo.Dopo la lista troverete due paragrafi generici che spiegano i peggioramenti e i miglioramenti che si sono registrati in questa nuova WWList 2010.
Come potete notare il Kazakistan è stato tolto dall’elenco, non perché la situazione in quel paese sia migliorata, ma perché altri paesi hanno visto peggiorare la loro situazione interna e sono balzati in avanti nella WWList. E’ possibile che il Kazakistan riappaia nell’elenco se questo paese in futuro applicherà una legislazione religiosa più severa.
Classificazione nella WWL: analisi generale
Per l’ottavo anno consecutivo la Corea del Nord occupa la prima posizione nella WWList, un triste primato per un paese in cui ogni attività religiosa è considerata come un tentativo di insurrezione contro la stabilità del regime dittatoriale di Kim Jong-II. I cristiani sono costretti ad affrontare terribili persecuzioni, bersaglio in tutto il paese di arresti, torture e persino uccisioni. La Corea del Nord è tristemente nota per i campi di lavori forzati (veri e propri campi di concentramento), dove spariscono i cristiani ma anche chiunque osi opporsi al regime. Il disperato tentativo del dittatore di estirpare con la violenza il Cristianesimo è vano, infatti secondo le nostre fonti esso continua a crescere.
Quest’anno l’Iran sorpassa l’Arabia Saudita, trovando quindi la seconda posizione. La nazione guidata da Ahmadinejad vive tuttora enormi difficoltà interne, soprattutto dopo la rielezione del succitato presidente, un evento che ha dato vita a un’ondata di manifestazioni popolari, all’ammissione da parte del governo di brogli elettorali e all’inumana repressione nel sangue di ogni opposizione. Il regime teocratico iraniano si fonda sull’Islam radicale, perciò negli ultimi tempi i cristiani sono stati ancor più perseguitati rispetto al passato, attraverso irruzioni, perquisizioni, arresti e vessazioni di ogni tipo. L’Arabia Saudita rimane salda in terza posizione, per la costante mancanza di libertà religiosa, un fatto quest’ultimo che non cambia rispetto all’anno precedente. La Somalia continua la sua preoccupante ascesa (un po’ in tutte le classifiche negative a dire il vero) e passa in quarta posizione. Nell’aprile del 2009 il Parlamento, istituzione che insieme al governo risulta totalmente incapace di mantenere un ordine minimo nel territorio, ha trovato il tempo di votare all’unanimità l’introduzione della legge islamica. I cristiani vengono monitorati, controllati, seguiti e perseguitati dal governo e dai militanti islamici (questi ultimi in costante aumento nel territorio, secondo una specifica strategia del terrore di Al Qaeda); i credenti risiedono per lo più nella zona sud del paese e vivono la loro fede nel segreto, come credenti nascosti, in costante pericolo di vita.
L’Islam è la religione ufficiale anche nelle Maldive, Afghanistan, Yemen e Mauritania. La Mauritania passa dalla 18ª posizione all’ottava, un peggioramento dovuto a un’esponenziale crescita di eventi persecutori nei confronti dei cristiani, tra cui vale la pena ricordare l’assassinio di un giovane padre di famiglia in giugno, l’arresto e la tortura di altri 35 in luglio e la detenzione di altri 150 in agosto.
Non ci sono miglioramenti in termini di libertà religiose in Laos (che ricopre la nona posizione), il governo continua quindi la sua politica discriminatoria e repressiva. L’Uzbekistan mantiene la decima posizione, con un palese deterioramento delle condizioni dei cristiani, arrestati, multati, interrogati e psicologicamente vessati dalla polizia, e spesso obbligati dai familiari a “tornare all’Islam”. Molto si potrebbe dire sulle ondate di violenza in India e in Nigeria, di cui vi abbiamo dato ampia copertura mediatica attraverso il nostro sito, così come sulla disastrosa situazione in Eritrea, Pakistan e Iraq, senza dimenticare la contraddittoria posizione della Cina, in cui cresce con forza il Cristianesimo ma non mancano le discriminazioni e le vessazioni nei confronti dei cristiani. Anche il Vietnam, l’Azerbaijan, il Tajikistan, Indonesia, la (per alcuni) “quasi europea” Turchia, la Tunisia e il Kyrgyzstan vivono un deterioramento delle libertà religiose. Il Vietnam è teatro di un confronto su larga scala tra governo e credenti; vengono espropriate le proprietà delle chiese, a ciò seguono delle manifestazioni di protesta, durante le quali i credenti vengono arrestati e malmenati. In Azerbaijan e in Tajikistan sono state introdotte nuove leggi repressive sulla religione, mentre la situazione in Turchia non cambia di molto, con casi anche gravi di persecuzione.
Indonesia: la folla non vuole il culto
4 gennaio 2010
Più di 1.000 persone hanno protestato con veemenza contro un culto fatto in questi giorni dalla chiesa locale di Bekasi, ovest di Java: l’Indonesia rimane a tutt’oggi il più popoloso stato a maggioranza musulmana del mondo, dove le minoranze, cristiana in testa, subiscono soprusi, discriminazioni e persecuzioni di vario tipo. I credenti della chiesa Filadelfia Huria Kristen Batak Protestan Church sono stati costretti a interrompere il culto e la santa cena, impauriti dalla folla urlante. Il 24 dicembre, la chiesa aveva in programma un servizio intorno alle 21 nella struttura semi-permanente (un tendone), ma già dalle 18 una folla furente si era riunita gridando slogan e chiedendo che nessun culto venisse fatto e che la chiesa fosse rimossa in quanto non in possesso dei relativi permessi. La comunità non ha ancora una struttura permanente, nonostante da ben più di due anni stia combattendo per ottenere i relativi permessi (assai difficili da ottenere per una comunità cristiana). E’ intervenuta la polizia e l’esercito, per proteggere circa 200 cristiani che, nonostante i blocchi e le intimidazioni della folla, non hanno rinunciato a riunirsi in chiesa; grazie a questo il culto è stato portato a termine senza incidenti di rilievo, ma in uno stato di tensione permanente viste le urla della folla. I poliziotti, poi, sono rimasti a proteggere la proprietà della chiesa. Il pastore Palti Panjaitan ha dichiarato che la folla ha bloccato alcune strade, impedendo ai fedeli di raggiungere la chiesa; dopo discussioni varie e con l’intervento delle forze dell’ordine, quasi tutti sono riusciti ad arrivare alla tenda. Il terreno su cui si trova la tenda è stato regolarmente acquistato dalla chiesa, ma il permesso a costruire un edificio adibito a locale di culto - per stessa ammissione dei dirigenti della nona circoscrizione del villaggio di Jejalan nel distretto di Bekasi - è in fase di elaborazione da oltre 2 anni. Da qui la ragione per cui la comunità, su un terreno di proprietà e con il regolare nullaosta del venditore, abbia deciso di erigere una tenda per le riunioni. Il pastore Panjaitan è in attesa del permesso di costruire per iniziare i lavori, nella speranza che il vicinato non si opponga fisicamente. Purtroppo il pastore è stato già più volte minacciato sin all’inizio, nel 2000, quando si riunivano nelle case; la realtà di fondo è che il resto della popolazione nega la possibilità di esistere ai cristiani.In una terra a maggioranza musulmana sembra inevitabile che non vi sia la libertà per le minoranze cristiane di avere uno spazio dove pregare, riunirsi e celebrare i culti, e questo non è altro che uno dei tanti casi registrati in questo periodo. PREGHIAMO PER L’ INDONESIA
Iran: nuove manifestazioni e nuovi scontri
21 dicembre 2009
È indubbio che l’Iran stia costantemente facendo parlare di sé, soprattutto per la sconsiderata politica internazionale del rieletto leader Ahmadinejad. Ma, come probabilmente saprete, si parla molto di Iran anche per la profonda, lacerante contestazione che la rielezione del suddetto presidente conservatore ha provocato nel paese, tra cortei di protesta e repressioni nel sangue da parte del regime. Non sono di certo finite le manifestazioni, che in più occasioni hanno riunito in piazza giovani e meno giovani in un motto di protesta di un popolo stanco di essere oppresso da un regime che assolutamente non risolve i problemi ma piuttosto li acuisce, nonostante la violenza usata nella soppressione di ogni opposizione, tra arresti, torture, sparizioni e, purtroppo, uccisioni. Mentre Ahmadinejad continua il suo balletto di provocazioni nel teatro internazionale, tra test su missili a lunga gittata e inquietanti rivelazioni sui programmi nucleari, passando per il già visto copione delle finte dichiarazioni di distensione, il suo popolo sembra non riconoscere più lui e l’entourage che lo appoggia come leader del paese, nonostante le sue minacce contro qualsiasi forma di opposizione e la pesante censura nei mezzi di comunicazione.
Una folla di centinaia di migliaia (si parla di oltre 500 mila persone), secondo i siti che sfuggono alla censura, si è radunata nella città santa iraniana di Qom per i funerali del grande ayatollah anti-regime Hossein Ali Montazeri, e sembra che non siano mancati anche in questa occasione gli slogan anti-governativi. La polizia, a quanto pare, ha caricato gruppi di partecipanti al funerale per far tacere le persone che scandivano slogan dinanzi all'abitazione dell'ayatollah (un acceso oppositore del regime attuale, che pubblicamente lo considerava distante dall’anima stessa della vera Repubblica Islamica dell’Iran): di conseguenza la gente avrebbe reagito lanciando pietre all'indirizzo degli agenti. Ovviamente le autorità di Teheran hanno vietato alla stampa straniera di partecipare ai funerali, per continuare con forza sulla linea della censura e della manipolazione delle informazioni attraverso i media asserviti al regime.
Vale la pena ricordare che proprio in Iran sopravvive una comunità di cristiani che con tenacia cerca di sfuggire alla persecuzione che questo regime le riserva con meticolosa efficacia. Molti si riuniscono di nascosto, con culti improvvisati in auto, girando per le città, o in case private, cantine, ovunque: sfidare il regime è un rischio elevatissimo. Nonostante gli infiniti problemi in cui versa questo grande paese, le autorità trovano comunque il tempo per vessare i cristiani.
Abbiamo esultato per la liberazione delle due giovani Maryam e Marzieh, oggetto di una nostra specifica campagna internazionale: vi ricordiamo che queste sorelle rimangono sotto lo stretto controllo delle autorità e che la vita dei credenti in Iran, con questa instabilità di governo, non migliora di certo. D’altronde, vi è l’estrema necessità di pregare per questo paese, affinché questa vera e propria rivoluzione che viene costantemente repressa, porti alla fine a dei risultati positivi, anche per i cristiani iraniani.
Pakistan: in carcere per capriccio
17 dicembre 2009
La situazione interna del Pakistan è drammatica. La battaglia degli estremisti islamici per distruggere ogni speranza di democrazia nella regione continua senza sosta e a pagarne le conseguenze sono i civili, in particolar modo i cristiani, facile bersaglio della violenza dei fondamentalisti. Le incursioni degli americani, in quella che viene definita dai media la guerra segreta di Obama, puntano a tagliare la testa ad Al Qaeda, che considera da sempre certe zone del Pakistan e dell’Afghanistan il miglior posto dove trovare asilo e preparare nuovi attentati. E’ notizia di qualche giorno fa, l’uccisione di un altro leader di Al Qaeda per mezzo di un drone americano (gli aerei senza pilota) nel Sud Waziristan, una regione di confine dove, per l’appunto, talebani e qaedisti hanno i loro rifugi.
Nel mezzo di questa follia, i cristiani in Pakistan cercano comunque di vivere la loro vita in pace, ma è sempre più difficile, mentre in certe zone sta diventando addirittura impossibile. Per un capriccio di un vicino musulmano possono finire in prigione o rischiare di essere linciati da gruppi di fondamentalisti inferociti. Oggi vi riportiamo un caso tipico, che accade spesso in questa difficile terra. Un cristiano del distretto di Faisalabad e sua figlia di 20 anni sono stati rilasciati un paio di giorni fa dopo ben 14 lunghissimi mesi di prigione, accusati di profanare il Corano. Khalil Tahir, l’avvocato di Gulsher Masih e di sua figlia Ashyana Gulsher, sostiene con forza che il loro è il tipico caso di utilizzo della famigerata legge sulla blasfemia per colpire e perseguitare i cristiani pakistani. “I cristiani sono un bersaglio facile e la maggior parte delle persone accusate di questi reati sono proprio cristiani innocenti”, ha dichiarato l’avvocato Tahir.
Gulsher Masih ha detto di essere stato brutalmente picchiato 5 volte mentre era in prigione: questo ci ricorda che la prigionia e la perdita della libertà non sono le uniche pene inflitte. All’interno del carcere ha subito continue pressioni per tornare all’Islam, anche attraverso offerte di denaro o di espatrio; anche la figlia è stata picchiata varie volte direttamente dalla polizia penitenziaria, mentre la moglie e il resto della famiglia era impotente di fronte a queste continue ingiustizie.
Eccovi un sunto dei fatti.
Nell’ottobre del 2008, la figlia di Masih nota nei bidoni della spazzatura molte pagine del Corano strappate e gettate via. Le raccoglie e, conoscendo la devozione per il loro libro sacro, decide di avvertire i vicini musulmani dell’accaduto e, sistemate le pagine, gliele consegna. Poco tempo dopo, la madre si rivolge a questi vicini per farsi restituire del grano che aveva loro prestato e uno in particolare le risponde che lei aveva osato bruciare le pagine del Corano e, addirittura, che i suoi figli giocavano a fare gli aeroplani di carta con il loro libro sacro. Per fortuna la normale escalation di violenza che scatta non appena un musulmano (come in questo caso, per il capriccio di non restituire un prestito ricevuto) accusa un cristiano di blasfemia è stata subito sedata da altri vicini musulmani, che hanno testimoniato in favore della famiglia cristiana, cosa che ha fatto anche il leader musulmano locale Amam Hafiz Muhammad Ali, definendo il comportamento della figlia - nel restituire quelle pagine trovate strappate - un bel gesto di rispetto religioso.
Purtroppo, però, la faccenda non si è chiusa così. Muhammad Qasim, un giovane supportato da un grosso proprietario terriero musulmano, ha girato tutto il villaggio accusando i cristiani di aver bruciato il Corano: l’escalation è stata rapida, in breve dalle moschee hanno dato l’annuncio con i megafoni che i cristiani aveva profanato il Corano. A quel punto, Masih ha avvisato la polizia per cercare protezione, ma le forze dell’ordine lo hanno arrestato e sbattuto in una cella della stazione di polizia di Jhumra, teoricamente per proteggerlo dalla folla che si stava radunando, pronta a linciare lui e la sua famiglia. Alcuni musulmani si sono presentati alla stazione di polizia per accusare ufficialmente Masih di aver strappato e bruciato lui stesso le pagine del Corano; altri hanno detto che era stata la figlia; altri ancora hanno dichiarato che sono stati gli altri figli e la moglie: ogni dichiarazione contraddiceva di fatto l’altra. Il caso è finito in tribunale, ma, come accade sempre, gli insensati rinvii della corte hanno giocato un ruolo essenziale per trattenere per mesi e mesi in carcere padre e figlia. Quando finalmente l’avvocato ha avuto l’opportunità di parlare di fronte a un giudice del caso, l’intera impalcatura dell’accusa è crollata per assoluta mancanza e falsificazione di prove. Da qui il rilascio dei due cristiani, dopo 14 mesi di carcere, vari pestaggi, intimidazioni, la perdita di denaro e lavoro: in Pakistan la persecuzione contro i cristiani usa svariati metodi, dai più subdoli ai più efferati.
Dio ci chiama a pregare per i nostri fratelli pakistani e per i musulmani coi quali vivono… che un tempo anche loro erano così.
Grazie di ogni preghiera nel nome di Gesù
giugno 2007
INDIA
PERSECUZIONE DEI CRISTIANI IN KARNATAKA
Continua la pressione nelle chiese dei distretti del nord dello stato federato di Karnataka. Dopo che nelle ultime elezioni parlamentari i partiti radicali hanno vinto per influsso, a livello locale vengono installati uffici di partito che controllano la attività dei cristiani. Frattanto le chiese e tutti i nostri pastori sono stati obbligati ad essere registrati. Di domenica vengono dei controllori persino nei nostri culti e prendono le generalità di tutti i visitatori dei culti. Queste stesse pratiche noi le conoscevamo perché erano praticate nei paesi comunisti, però adesso sono i nostri fratelli e le sorelle in India a sentirsi sotto pressione. Particolarmente le chiese di Shimoga, Sowlanga, Gulbarga e Bijapur hanno bisogno del nostro urgente sostegno. Qui i nostri fratelli ricevono regolarmente botte dagli indù radicali se questi invadono i culti la domenica mattina.Il direttore regionale di Cristiani Sofferenti, il fratello Venkatesh, ha dovuto lasciare la zona con la sua famiglia perché era stato più volte bastonato e minacciato di morte, la sua casa è stata assalita e la mobilia distrutta e anche rubata. La sua famiglia è potuta scappare soltanto con gli abiti che aveva addosso. Nei giornali si sono fatte istigazioni accanite contro di lui perseguitandolo. La polizia vede tutto senza fare niente. L’intercessione di un presidente del parlamento, cristiano in pensione, non ha potuto aiutare a bloccare le attività dei fanatici radicali. Alcuni mesi fa un gruppo di 25 cristiani coreani, che aveva evangelizzato nei paesi di questa regione, è stato arrestato e imprigionato per poco tempo. Alla fine sono stati espulsi. Adesso noi desideriamo aiutare il fratello Venkatesh affinché egli e la sua famiglia possano avere una propria casa, dei necessari mobili, gli utensili per la cucina e i vestiti. Ogni aiuto dei fratelli lettori di “Cristiani Sofferenti” in questa direzione è il benvenuto!
Una resurrezione dai morti a Hospet.
La città di Hospet si trova nel nord dello stato di Karnataka. A causa di un famoso tempio Hindu questo è diventato un luogo di pellegrinaggio per molti religiosi indù. Però, dove il peccato abbonda, la potenza dell’Iddio vivente è ancora più forte! Vogliamo raccontarvi la meravigliosa storia di Shetty Naik. Sua moglie già credente, appartiene alla chiesa di questa città. Egli stesso andava di tanto in tanto al culto in chiesa, ma non voleva avere niente a che fare con Gesù Cristo. Lo scorso anno gli è venuto il tifo ed è stato curato nella sezione intensiva dell’ospedale. I medici hanno cercato di fare del loro meglio, però è morto. Dopo aver fatto la constatazione di morte, i dottori hanno chiesto alla moglie e ai parenti presenti di portare la salma a casa loro per attuare la cremazione secondo l’usanza indiana. La nostra sorella si è rifiutata ed è andata dal pastore locale Eliah Naik. Si è fatta dare dell’olio per impartire l’unzione ed è tornata nuovamente in ospedale. Lì ha versato l’olio su suo marito morto ed ha pregato per lui. Non poteva rassegnarsi per la sua morte, soprattutto per il fatto che non si era convertito al Signore. I parenti presenti nel frattempo avevano organizzato tutti i preparativi per bruciare la salma. Nel paese d’origine era già stata eretta la pila di legna.
Perché in India, a causa del grande caldo, ogni morto viene incenerito lo stesso giorno della sua morte. Però, proprio lì in ospedale, è accaduto ciò di cui noi leggiamo in Ebrei 11:35. Quel uomo dichiarato morto dai medici ha avuto un leggero tremito ed ha cominciato molto debolmente a respirare… E’ rimasto però per i tre giorni successivi in un coma profondo. La moglie e i parenti hanno pregato molto per lui e benedetto la sua vita. Dopo tre giorni lui ha aperto di nuovo gli occhi e si è alzato in piedi. Era stato completamente guarito dal tifo! Per i medici e per tutti i parenti non credenti, si trattava di un miracolo. Per prima cosa egli è andato in chiesa, si è convertito al Signore e si è fatto battezzare. Egli ha allora raccontato quello che gli era successo durante i tre giorni del coma. Era arrivato davanti ad un grande portone. Lì è stato accolto da una persona tutta vestita di bianco. Questa lo ha condotto in un grande campo con un verdeggiante e morbido prato con degli alberi. Da lontano egli vide delle montagne alte ed una città luminosa. Camminavano in due, mano con la mano, sull’acqua. Si è meravigliato per il fatto che poteva camminare sull’acqua. Quella persona gli disse allora che egli doveva tornare sulla terra perché aveva da adempiere un compito. Vide allora il suo corpo morto in ospedale ed i suoi parenti tutti intorno. Vide ancora molto chiaramente come lui “rientrava” sul suo corpo. Come risultato della sua resurrezione dalla morte si sono convertiti tutti i suoi parenti e parecchi abitanti del suo paese. Per noi “super istruiti europei” una testimonianza come questa che ci hanno raccontato i fratelli è una cosa superata: dov’è rimasta la potenza di Dio in Europa?
Il prezzo da pagare.
Siamo così abituati in Europa e in Italia ad avere tutto e subito, che ci dimentichiamo che l’annunciare l’Evangelo ha sempre un prezzo che deve essere pagato. Il prezzo che i nostri predicatori in India pagano è molto spesso questo: Dopo la loro conversione a Gesù, riconoscendolo come loro Dio, sono espulsi dai confini del loro paese. Non possono più visitare o toccare nessun vicino di casa. Nessuno parla più con loro e non possono raccogliere più acqua dal pozzo del paese. Tutti rifiutano la loro presenza. Sono quindi costretti a prendere l’acqua dal fiume oppure da un paese vicino. Come conseguenza di ciò, devono presto lasciare i loro paesi perché sono considerati come “intoccabili” e “rifiutati” per il fatto che non sacrificano più alle loro divinità indù, ma perché credono in Gesù Cristo.
Cosa possiamo fare noi in Italia per loro?
La cosa più importante e spontanea è quella d’invitarvi a pregare per loro e le loro famiglie, affinché restino fedeli al Signore e Dio possa benedire il loro prezioso servizio spirituale.
Oltre a ciò, possiamo aiutare la Missione in India scavando dei pozzi per l’acqua, acquistando biciclette e delle moto per gli evangelisti, acquistando delle tende evangelistiche, ecc… Grazie per quanti pregherete per l’India e sarete ancora al nostro fianco per provvedere finanziariamente quanto necessario.
Contattate se volete fare un’ offerta.
CINA: DIFENSORE DEI DIRITTI UMANI IN PRIGIONE (proposto per il Nobel per la pace) viene torturato.
15 Dic 09
FONTE CSI Italia.
GAO ZHISENG, 45 anni, difensore dei diritti umani, il cui nome era stato proposto per il Premio Nobel della Pace, è stato imprigionato diverse volte per avere aiutato un pastore cristiano di una comunità familiare. Dopo il suo ultimo arresto, che risale a febbraio di quest'anno, è stato rinchiuso in un luogo segreto. Sua moglie e i suoi due figli hanno trovato rifugio negli USA lo scorso gennaio, dal momento in cui era stato loro intimato di assistere alle torture inflitte a GAO in carcere.L' associazione cinese per la difesa dei Diritti umani, CHINA AID, pensa che proprio a motivo dei suoi numerosi arresti, lui sia stato torturato.
RICORDATEVI DEI CARCERATI, COME SE FOSTE IN CARCERE CON LORO; E DI QUELLI CHE SONO MALTRATTATI, COME SE ANCHE VOI LO FOSTE.... Ebrei 13:3
VAI SU www.freegao.comche è il sito dell’ associazione China Aid ; all’interno del sito ho visto che si occupano di molti nostri fratelli cinesi dei quali ci siamo occupati anche noi da tempo con Porte Aperte.
Il sito è in lingua inglese e c’è uno spazio per le petizioni; firma la petizione per Gao., lasciando il tuo indirizzo completo negli appositi spazi. Nel sito c’è anche la testimonianza in inglese dii Gao Zhiseng con immagini di torture che fanno rabbrividire, Chi volesse sentirla può farlo.
Dio benedica un tale uomo e si faccia conoscere da lui. Amen!
GRAZIE
Cina:
il pastore Alimjan condannato a 15 anni!
News 10 dicembre 2009
Siamo costretti a darvi una triste notizia! Alimjan è stato condannato a 15 anni di prigione! Vi chiediamo ancora uno sforzo di pregare con più intensità per il nostro fratello cinese Alimjan, cristiano di etnia Uygur, un’etnia di religione quasi totalmente musulmana della regione dello Xinjiang, confinante con gli stati dell’Asia Centrale, ancora in carcere. Ricordiamo che questa zona della Cina, essendo musulmana, cerca la secessione dal governo centrale e per questa ragione è molto controllata dalle autorità cinesi.
Le autorità cinesi hanno serenamente condannato il cristiano Uyghur, Alimjan Yimit (Alimujiang Yimiti in cinese), a ben 15 anni di prigione con l’accusa di “aver rivelato segreti di stato ad organizzazioni straniere”. Apparentemente l’accusa al 36enne leader di comunità familiari, detenuto per ben 2 lunghissimi anni (in attesa di un processo di cui nessuno aveva notizie certe) nel Centro di Detenzione di Kashgar della problematica regione dello Xinjiang, è basata su interviste rilasciate dallo stesso a dei media non nazionali, secondo quanto riferisce il suo avvocato Li Dunyong. “La sentenza di 15 anni è incredibilmente severa”, ha dichiarato l’avvocato. “E’ la massima pena possibile per l’accusa di divulgazione di segreti di stato, il che significa che le azioni di Alimjan avrebbero causato danni irreparabili alla sicurezza nazionale!”
Il presidente dell’organizzazione China Aid Association, Bob Fu, ha dichiarato che questa condanna è in assoluto la più pesante che sia mai stata comminata a un leader di comunità familiari cristiane. “L’intero pianeta dovrebbe alzare la voce di fronte a questa ingiustizia contro un innocente, il pastore Alimjan. Noi chiamiamo in causa le Nazioni Unite e tutte le persone di coscienza in tutto il mondo, affinché protestino massicciamente contro il governo cinese per questo inaccettabile caso di persecuzione religiosa”, ha continuato il presidente della CAA, mettendo in chiaro la matrice persecutoria della sentenza contro un uomo innocente, colpevole solo di essere un cristiano. A quanto pare Alimjan, se le autorità non lo ostacoleranno ancora come di fatto è avvenuto in questi due anni di detenzione praticamente illegale, ricorrerà in appello.
Il Dipartimento di Sicurezza Statale di Kashgar ha arrestato Alimjan con l’assurdo sospetto di “mettere in pericolo la sicurezza nazionale” l’11 gennaio del 2008. Dato che questo tipo di generica accusa di solito è mossa contro chi è considerato un nemico dello stato (retaggio della dittatura comunista, durante la quale questa accusa era usata per eliminare personaggi scomodi), la famiglia di Alimjan ha temuto fino ad oggi che potesse essere messo a morte. Fonti locali ci dicono che Alimjan, un ex musulmano convertito a Cristo che vive e porta avanti la sua opera di evangelizzazione in un’area afflitta da tensioni separatiste, ama e rispetta il suo paese e il governo cinese. “Esattamente come ogni leale cittadino e ogni onesto imprenditore, Alimjan ha sempre mantenuto elevati standard, pagando con puntualità le tasse e rifiutando la comune pratica imprenditoriale delle tangenti per ottenere favori dalle amministrazioni. Non solo, ma ha fatto di tutto per integrarsi nella cultura cinese, prendendo l’inusuale decisione di mandare i propri figli in una scuola cinese, in un’area dove la maggioranza è Uyghur”. I suoi amici hanno più volte ribadito che lui ha semplicemente richiesto di poter esprimere la propria fede in libertà, cosa che la Costituzione cinese gli garantisce, ma che poi all’atto pratico in certe zone della Cina porta a queste gravi conseguenze. La cosa letteralmente incredibile è che non solo lui NON può possedere una Bibbia nella sua lingua (Uyghur), ma non può nemmeno assistere a un servizio nelle Tre Chiese Autonome (e quindi riconosciute dal governo) dell’area, semplicemente perché la Costituzione dello Xinjiang glielo vieta, in totale e aperta contrapposizione e violazione della stessa Costituzione cinese! Gli è anche proibito (a lui e a tutti i cristiani della zona) di pregare assieme a credenti di altri paesi.Nei primi tentativi di processo contro di lui, la Corte è stata costretta nel 2008 a rinviare il caso per “assoluta ed evidente mancanza di prove”. L’avvocato di Alimjan gli ha fatto visita per la prima volta lo scorso marzo, per prendere accordi sul processo che avrebbe dovuto aver luogo in maggio, ma che è stato spostato a data da definire. In aprile Alimjan è stato trasferito all’ospedale di Kashgar, ammanettato e scortato dalla polizia. Sembra che sia stato duramente picchiato, ma non è chiaro da parte di chi e perché. Dopo una brevissima degenza Alimjan è stato ricondotto in prigione, ma di fronte alle domande del suo avvocato sulle sue condizioni fisiche, il giovane pastore ha risposto che “gli è stato proibito di parlare delle sue condizioni di salute”.Il Gruppo di Lavoro delle Nazioni Unite sulla Detenzione Arbitraria ha chiaramente affermato che la detenzione di Alimjan viola la legge internazionale. Secondo l’avvocato, l’intero caso riguarda la libertà religiosa e nasce dalla conversione di Alimjan dall’Islam al Cristianesimo, momento in cui la persecuzione è iniziata: il resto sono un cumulo di menzogne tra l’altro non supportate nemmeno da prove. A quanto pare le autorità locali di questa problematica regione Uyghur (sull’orlo di un crack costante) temono di non poter controllare il movimento cristiano in una zona a maggioranza musulmana; questa terra è particolarmente ricca di risorse e la disputa tra i nativi Uyghur e i cinesi di etnia Han continua in una folle corsa al potere, facendo vittime innocenti come il pastore Alimjan.
Eritrea: ondata di arresti di credenti
News 29 ottobre 2009
In ottobre 2009 le forze di sicurezza eritree hanno arrestato altri 3 membri della Full Gospel Church di Asmara, portando a 13 le persone incarcerate negli ultimi 15 giorni e frequentanti la comunità del pastore Tewelde Hailom: il pastore stesso, fondatore della chiesa e oggi molto malato, rimane agli arresti domiciliari, piantonato da guardie (nella foto la posizione di tortura dell'elicottero). I cristiani evangelici che quindi non si riconoscono nelle uniche 3 confessioni ammesse in Eritrea (Chiesa Cattolica, Ortodossa e Luterana), sono vittime di continui soprusi, vessazioni, incarceramenti, torture e sparizioni, considerati alla stregua di terroristi per il solo fatto di predicare il Vangelo di Cristo. Gli arresti non avvengono in modo casuale, non sono frutto di insensate azioni delle forze di sicurezza, ma si inseriscono in una precisa strategia di debilitazione, oppressione e annientamento della chiesa evangelica.
Ad essere arrestati sono solitamente i leader, per tagliare la testa al movimento cristiano, ritenuto un pericolo per la mascherata dittatura del presidente Isaias Afwerki. Questo presidente, amico dell’Italia e sostenuto dal nostro governo, si sta rivelando tra i più brutali persecutori di cristiani, grazie all’uso massiccio delle forze di sicurezza per pedinare, spiare, arrestare e torturare i credenti.
Mercoledì 14 ottobre sono partiti gli arresti senza mandato (una prassi di questo regime) nella chiesa Full Gospel Church di Asmara, a cui sono seguiti e seguiranno interrogatori brutali e incarceramenti senza veri processi. Le prime vittime sono state il pastore Samuiel Oqbagzi, assistente del pastore Tewelde Hailom, il collaboratore Gebreberhane Kifle e una donna Senait Tekle; due giorni dopo è stato il turno di un’altra donna della chiesa, Besrat Andamichel, assieme a 6 persone non identificate (purtroppo non è facile carpire le informazioni, dato che la collaborazione delle autorità è quasi inesistente). L’anziano pastore Hailom, nonostante le sue condizioni di salute, è stato comunque interrogato e, come si diceva, rimane agli arresti domiciliari. Gli ultimi tre arrestati di cui abbiamo notizie sono Amanuiel Asrese, Musie Rezene e Yosief Admekome.
Amanuiel Asrese lavora per la Eritrean Water Resources come Financial Officer (reparto finanziario), è sposato e ha 6 figli. Anche Musie Rezene è sposato con 2 figli, mentre Yosief Admekome, secondo le informazioni raccolte, lavorerebbe per l’UNICEF-Eritrea.
Di tutte queste persone è facile perdere le tracce, non sappiamo in che carcere siano stati rinchiusi, dove siano stati portati dopo gli interrogatori, sappiamo solo che due di loro si trovano nella stazione di Polizia di Asmara numero 7.
Georgette Gagnon, direttrice per l’Africa di Human Rights Watch, la grande organizzazione indipendente che si batte per i diritti umani nel mondo, dichiara: “Il governo eritreo sta trasformando il paese in una gigantesca prigione”. Più di 2.800 persone (ma i dati non sono completi) agonizzano in prigione per il semplice fatto di non allinearsi alle confessioni cattolica, luterana e ortodossa: affrontano condizioni di sopravvivenza orribili, torture, inumani lavori forzati e scarsità di cibo, cure mediche e standard minimi sanitari. La maggior parte di loro finisce nel girone infernale del campo di concentramento Mitire Military Camp, appositamente adibito per i dissidenti cristiani. Abbiamo notizie di 10 decessi in questo campo.
India: i cristiani continuano a vivere da profughi in Orissa
News 3 dicembre 2009
E’ passato più di un anno da quando la comunità cristiana in Orissa subì l’ondata di violenza senza precedenti per mano dei fondamentalisti indù, subito dopo l’assassinio del loro leader locale Swami Laxmanananda Saraswati. Il movimento maoista rivendicò l’attentato e la polizia ritenne tale rivendicazione attendibile (dato che tutte le indagini portavano a individuare come colpevole proprio quel movimento), ma il partito estremista indù (VHP) decise arbitrariamente di incolpare i cristiani: un atto folle che scatenò ferocissime violenze contro i credenti in Orissa. Oltre 50.000 cristiani dovettero scappare dalle loro case a causa della loro fede; numerosi villaggi vennero letteralmente rasi al suolo, mentre oltre 120 persone morirono in questi attacchi. Tutti i media italiani e internazionali parlarono dell’accaduto. Ora che l’attenzione è altrove, vi parliamo della situazione degli oltre 4.000 cristiani che tuttora vivono da profughi, nel terrore di essere uccisi: tuttora a molti manca il cibo, una dimora e delle opportunità di lavoro.
Dilip Pradhan (nella foto) è in piedi nel mezzo delle macerie che un tempo rappresentavano la sua chiesa. Lui era pastore di una piccola comunità cristiana in un tranquillo villaggio dell’Orissa, chiamato Sulesaru. Quelle rovine erano il loro santuario. Per molto tempo questo pastore non è potuto ritornare nella sua chiesa; ai cristiani è vietato entrare nel villaggio ora, ma lui ha raccolto tutto il coraggio che aveva e insieme a un gruppetto di credenti hanno osato rimettere piede su quella che un tempo era casa loro. Là, hanno visto parenti e amici venire trucidati senza alcuna pietà. Da là, erano dovuti scappare mentre le loro case e tutto quello che possedevano veniva dato alle fiamme da orde di fondamentalisti impazziti, trovando rifugio in inospitali campi profughi. Ora quei campi dove avevano trovato dimora, sono stati sgomberati, ma, come si diceva, rimane per loro tuttora il divieto di tornare nei loro villaggi. O meglio, potrebbero tornarci e volendo anche senza alcun problema, la condizione è che rinneghino Dio, Gesù, la loro fede e si convertano all’induismo. Ora molti di loro, senza campi profughi e impossibilitati a fare rientro in ciò che rimane delle loro case e delle loro terre, si accampano fuori dai loro villaggi, nella speranza che qualcosa cambi. Altri sono scappati, rifugiandosi da parenti e amici in altre aree.
Quelli a cui viene concessa la possibilità di ritornare nei loro villaggi, non possono ricostruire le loro case, mentre ad altri sono state semplicemente rubate le terre dato che i certificati di proprietà sono andati distrutti negli incendi appiccati dagli integralisti. Il governo dell’Orissa ha promesso loro un indennizzo di 50.000 rupie nell’eventualità in cui l’intera casa sia stata distrutta e di 20.000 rupie in caso di danni parziali. Per ora, dopo più di un anno, alcune famiglie hanno ricevuto 10.000 rupie, che non avendo più nulla (né beni di proprietà né lavoro), sono andati spesi tutti per le necessità primarie, come il cibo e i vestiti. A quanto pare il governo dovrebbe elargire altri aiuti, ma le necessità sono drammatiche. Chi aveva delle attività (negozi o simili), ora non ha più niente ed è costretto ad accettare qualunque lavoro (quando ce n’è).
La giustizia ha maglie molto larghe, delle centinaia e centinaia di aggressori, solo 27 sono stati condannati, i leader cristiani credono che Manoj Pradhan sia la mente di questi attacchi, ma lui è un politico facente parte dell’Assemblea Legislativa in seno al partito BJP, già assolto in 6 dei 14 casi contro di lui. E’ fuori di prigione con cauzione e c’è il realistico timore che influenzi con l’intimidazione i testimoni dei suoi processi. Secondo gli osservatori internazionali, questi timori sono del tutto fondati, non solo, è evidente che le vittime degli attacchi non riescano ad avere un processo giusto, perciò viene richiesto a gran voce che i processi siano spostati in un altro distretto, lontano dalle intimidazioni, influenze e corruzioni del distretto di Khandamal.
Corea del Nord: piangiamo per i nostri fratelli
News 30 novembre 2009
I cristiani nord coreani hanno chiesto maggiori aiuti, soprattutto in termini di preghiere. I leader delle chiese hanno riferito alle organizzazioni che si occupano della Chiesa perseguitata, che il governo nord coreano ha “richiesto” ai suoi cittadini un altro periodo di sacrifici per lo Stato, chiamandolo “100 giorni di combattimento”. Questa mobilitazione in sostanza prevede che ogni cittadino debba lavorare attivamente per lo Stato: ciò significa che si ha poco tempo - o non se ne ha proprio - per lavorare per il proprio sostentamento. Chi viene trovato per la strada senza una valida giustificazione verrà spedito direttamente in uno dei famigerati campi di lavoro. “In questo periodo, la gente non ha l’opportunità di badare al proprio sostentamento. Nella provincia di Hwangae è normale vedere cadaveri di bambini ai lati delle strade” secondo una fonte locale di Porte Aperte.
La dittatura filo-comunista del Leader Kim Jong-Il non è stata decisamente in grado di sfamare il proprio popolo. Negli anni ’90, milioni di nord coreani sono morti proprio a causa di carestie; l’attuale situazione (la carenza di mezzi di sostentamento per la popolazione) inizia sempre più ad assomigliare all’atroce epoca di quegli anni, come ci ha riferito un nostro collaboratore là. “Sfortunatamente non esistono team media dentro il paese che possano registrare e riferire quanto sta avvenendo. I genitori muoiono o abbandonano i loro figli perché non riescono a sopportare lo strazio di vedere i loro bambini morire di fame. Veri e propri gruppi di orfani o bambini abbandonati girovagano il paese: ovviamente molti di loro muoiono di fame, per malnutrizione. Per sopravvivere in questi periodi di “combattimento per il paese”, molti nord coreani lavorano e trafficano di notte. Naturalmente, poi, durante il giorno devono lavorare per lo Stato”.
Il 17 settembre era finito un altro di questi periodi di combattimento (150 giorni). 5 giorni dopo il governo aveva già deciso di avviare un altro periodo di questo tipo: devastante per la popolazione. Durante queste mobilitazioni i controlli sono strettissimi, ogni movimento di civili è seguito e impedito: di fatto sono necessari permessi per muoversi. Queste folli iniziative dello Stato hanno fortemente limitato l’attività di Porte Aperte, risultando assai difficile consegnare Bibbie, libri cristiani, cibo, medicine ed altri beni urgenti. Alla fine l’attività si è fermata a causa degli altissimi rischi, in attesa della fine del periodo di 150 giorni. “Ora che al cosiddetto primo periodo di combattimento ne segue un altro, non sappiamo che cosa fare. I cristiani nord coreani continuano a portare avanti, nonostante i rischi, i meeting segreti di preghiera. Sono infatti giunti alla conclusione che non sia possibile evitare il pericolo. Dunque, ci chiedono di continuare a portare avanti i nostri progetti e noi siamo d’accordo”, ci ha riferito il nostro collaboratore.
Da Operation World : I CURDI
Perseguitati e maltrattati Esistono probabilmente 30 milioni di Curdi. Essi possiedono una propria cultura, tradizioni e linguaggi. Ma non hanno un paese per se stessi. La maggior parte di loro vive in una zona aspra e montana nel cuore del medio oriente. Sebbene questa zona è spesso chiamata Kurdistan "la terra dei Curdi", non appartiene loro ma alla Turchia, all'Iraq, all'Iran e alla Siria. I governi di questi stati hanno spesso trattato i Curdi crudelmente anche perseguitandoli, vogliono far dimenticare loro di essere Curdi e far credere loro di essere normali cittadini del paese in cui vivono. Per questo i Curdi sono stati spesso coinvolti in una lunga e violenta battaglia. In Iraq sono anche stati bombardati ed attaccati con gas velenosi. Nel 1991 migliaia di rifugiati Curdi morirono durante la fuga dalla Turchia verso l'Iraq e l'Iran. Ci sono circa 15 milioni di Curdi che vivono in Turchia. Quasi tutti loro vivono nell'area ad est del paese che è una parte del Kurdistan. Alcuni sono rifugiati provenienti dall'Iraq ma per la maggior parte è la loro patria. Sono stati spesso maltrattati. Fino al 1991 il governo turco non gli ha permesso di aver libri nella loro lingua. (VERGOGNA!aggiungo io) I Curdi sono musulmani. Per lungo tempo i cristiani hanno voluto portar loro il messaggio d'amore di Gesù, ma hanno avuto difficoltà nel raggiungere l'area in cui loro vivono. Negli ultimi anni ai cristiani è stato permesso di portare cibo, medicine ed altri aiuti ai Curdi del nord Iraq. Qui spesso i Curdi vogliono sentire le storie su Gesù. Migliaia di Curdi hanno lasciato la loro patria e sono emigrati in altri luoghi, in cui pensano che la vita sia più sicura per loro e migliore per i loro familiari. Alcuni Curdi in Turchia sono diventati cristiani durante lo studio della Bibbia, ed altri altrove hanno seguito Gesù sentendo la buona novella. COME INTERCEDERE PER LORO: Puoi ringraziare Dio per: - la traduzione del Nuovo Testamento in curdo soran, e per la traduzione in tutti i principali dialetti - il film Jesus, le trasmissioni radio e le cassette di messaggi e canzoni cristiane Puoi chiedere a Dio: - che in qualunque luogo in cui i Curdi vivono, i cristiani li aiutino e che attraverso questo aiuto molti Curdi possano conoscere Gesù come loro Amico - che molti curdi possano udire la buona novella che Gesù dona una nuova vita a coloro che credono in Lui - che i governi in cui i Curdi vivono, in particolare quelli del Medio Oriente li trattino lealmente - di aiutare i bambini feriti e confusi per il modo in cui sia loro che i loro familiari sono stati trattati - di far conoscere ai cristiani la strada migliore per mostrare che Gesù ama e si prende cura dei Curdi. Lo sapevi che... Si pensa che i Curdi siano discendenti dei Medi che vengono anche nominati nella Bibbia, per esempio in Daniele capitolo 5 e 6. Buongiorno si dice "rolzas nawzh baash" - rol = giorno, bas = buono
Dio vi benedica.
Iran: Maryam e Marzieh sono state rilasciate!
19 novembre 2009 - Iran
Grazie a tutti voi che avete pregato!
A Dio e a tutti quelli che hanno partecipato alla petizione in favore di queste due giovani sorelle iraniane!
Maryam Rostampour (27) e Marzieh Amirizadeh Esmaeilabad (30), infatti, sono state rilasciate di prigione ieri pomeriggio alle 15:30 senza pagamento di una cauzione, grazie anche a una petizione internazionale per la loro liberazione partita sin dal giorno del loro arresto. Le due ragazze, la cui salute è progressivamente peggiorata durante la permanenza nella famigerata prigione di Evin a Tehran, ora si trovano a casa loro in convalescenza dopo questi 9 mesi di incubo. Purtroppo devono ancora affrontare in tribunale le accuse di proselitismo e di apostasia (abbandono dell’Islam).
“Le parole non bastano per esprimere la nostra gratitudine al Signore e ai Suoi figlioli che hanno pregato e agito per la nostra liberazione”, hanno dichiarato al loro rilascio. Il fatto che non sia stata pretesa una cauzione è da ritenersi una vera e propria rarità nei casi in cui sono coinvolti dei cristiani. Alcune fonti non esitano ad ammettere che la pressione internazionale dovuta alla massiccia campagna di lettere e petizioni in favore di queste due sorelle sia stata determinante per convincere la corte (e il governo iraniano) a rilasciarle. Sarebbero infatti troppi i grattacapi del sistema giudiziario iraniano in questo periodo, che vi ricordiamo essere impegnatissimo a reprimere violentemente (anche con pene di morte comminate a giovanissimi) le manifestazioni di protesta contro gli ammessi brogli elettorali che hanno portato alla rielezione di Ahmadinejad.
E’ ragionevole credere che le due donne verranno strettamente sorvegliate, una prassi che con i cristiani è piuttosto consolidata. “E’ troppo presto per dare dettagli su questo rilascio. Quando la gente viene fatta uscire di prigione, abbiamo bisogno di tempo per raccogliere informazioni… è veramente difficile”, ha affermato una delle fonti di Porte Aperte.
Come si diceva, rimangono ancora le accuse di proselitismo e apostasia, ma di queste non se ne occuperà direttamente la temibile Corte Rivoluzionaria. In Parlamento, intanto, è ancora al vaglio una legge penale che includa la pena di morte in caso di apostasia (in accordo con la sharia, la legge islamica) e questo preoccupa moltissimo.
E’ dunque importante continuare a pregare per queste sorelle e per tutti i credenti iraniani, mentre si sospende sin da ora la petizione in loro favore perché continuarla potrebbe irritare le autorità: quindi non inviate più petizioni per Maryam e Marzieh!
La loro storia
Maryam e Marzieh condividevano un appartamento. Si trovano ora nell’infame prigione Evin di Teheran, accusate di "attività antigovernative", "propagazione della fede cristiana" e "apostasia".Domenica 9 agosto 2009, Maryam e Marzieh sono apparse in tribunale davanti al pubblico ministero sig. Haddad, con la richiesta di rinunciare alla loro nuova fede e di ritornare all’islam.Sebbene tormentate, le due donne non hanno rinnegato la loro fede in Cristo Gesù. Il sig. Haddad le ha rimandate in cella, per obbligarle a “riflettere” e ritornare da lui quando fossero pronte a obbedire alle richieste del tribunale.Il pubblico ministero ha permesso a Maryam e Marzieh - per la prima volta dall’arresto - di avere un avvocato che le rappresenti al processo.Il 7 ottobre scorso sono apparse di nuovo in tribunale. Tre, come si diceva, le accuse contro di loro: attività antigovernative, propagazione della fede cristiana e apostasia. Il nuovo giudice le ha assolte dall’accusa di attività antigovernative, cosa che raramente accade. Ne consegue che il loro caso sarà trasferito dalla corte rivoluzionaria a una corte generale, che prenderà in considerazione le altre due accuse.Le donne sono state male fisicamente e hanno perso molto peso. Marzieh soffre di dolori alla spina dorsale,dolori ai denti e intense emicranie, necessita di cure mediche immediate che non le sono ancora state date.Entrambe sono state interrogate alla stazione di polizia e di sicurezza 137 a Gysha, prima di essere trasferite al Centro di Detenzione Vozara. I rapporti fanno pensare che fra i metodi usati dalle forze dell’ordine vi siano state pressioni psicologie di vario genere e intensità, inclusa la privazione del sonno. Il 18 marzo sono state trasferite al braccio n. 2 della sezione di sicurezza nazionale della corte rivoluzionaria, prima di passare all’oscura prigione Evin, dove hanno trascorso del tempo in cella d’isolamento.Attualmente sono detenute in una cella sovraffollata, assieme a più di venti donne. Questa prigione è stata recentemente criticata per le violazioni dei diritti umani e le esecuzioni.Pare che Maryam e Marzieh abbiano il permesso di telefonare un minuto al giorno e di ricevere una visita alla settimana da parte dei familiari.Amnesty International ha emanato un appello urgente, che auspica l’immediato rilasciato delle due donne, affermando che “si tratta di prigioniere di coscienza, detenute solo a causa del loro credo religioso”. Middle East Concern si è attivata con una campagna che comprendeva inizialmente un gruppo di sei detenuti iraniani, dato che quattro di loro sono stati nel frattempo rilasciati su cauzione, anche questa organizzazione ora si concentra solo su Maryam e Marzieh.
GRAZIE!!!
India.
Pastore preda di un agguato
News 22 ottobre 2009
Abbiamo seguito da vicino l’evoluzione della situazione in India per quanto riguarda l’ondata di violenze contro i cristiani, denunciate persino da alcuni Stati dell’Unione Europea (anche dall’Italia), cercando di non lasciar calare il sipario su eventi che non sono isolati, ma fanno parte di un motto di rigetto e follia che sta attraverso una parte della società indiana (quella più integralista indù). Oggi parliamo delle difficoltà che incontrano i pastori evangelici, primi bersagli degli attacchi degli estremisti indù per la loro opera di soccorso ed evangelizzazione nelle classi meno agiate.
Il pastore Paasu Ninama (35 anni),residente nel villaggio di Pipal Kutta e pastore di una congregazione nel villaggio di Malphalia (nello stato di Madhya Pradesh, centro India), stava tornando a casa dopo il culto domenicale, quando 6 uomini l’hanno gentilmente invitato a prendere un bicchier d’acqua fresca assieme a loro e fare due chiacchiere.
Appena entrato in casa di questi gentili concittadini, il pastore Ninama ha immediatamente capito che si trattava di una trappola: di fronte a lui c’era un’immagine stampata di Gesù Cristo, sapeva che l’avrebbero accusato di forzarli alla conversione e che quella immagine sarebbe stata una prova della sua malafede. “Immediatamente mi sono voltato e ho cercato di scappare, ma loro mi sono saltati addosso e hanno iniziato a picchiarmi, accusandomi di forzare la gente a convertirsi a Cristo” ha dichiarato successivamente il pastore. L’hanno preso a bastonate sulle mani, sulle gambe e sulla schiena, mentre lui implorava di smettere. La violenza era tale che il pastore stava per perdere conoscenza, quando uno degli estremisti indù si è avvicinato continuando a colpirlo e gli ha staccato a morsi parte dell’orecchio. Una volta svenuto, hanno infierito su di lui lanciandogli delle pietre, tentando di lapidarlo con ferocia inaudita, fino a che altri abitanti del villaggio, attirati dalle urla, sono intervenuti cercando di calmare la follia dei 6 uomini. Il pastore Bahadur Baria, altro leader cristiano della zona, ha dichiarato che ci sono 2 testimoni oculari pronti a testimoniare al processo.
Quando il pastore Paasu Ninama, vittima del feroce attacco, ha ripreso conoscenza, si è ritrovato all’ospedale Life Line di Dahod (stato di Gujrat), a 33 km dal luogo della violenza. Un nutrito gruppo di fondamentalisti indù si è recato presso la locale stazione di polizia, per accusare la vittima di aver tentato con la forza di convertire i 6 uomini, sventolando una foto di Gesù e obbligandoli a diventare cristiani.
I poliziotti non hanno preso in considerazione le accuse, per l’evidente infondatezza delle stesse (Gloria a Dio).
Nel passato recente, il pastore Ninama ha subito varie minacce e attacchi da parte di alcuni fondamentalisti, che stanno da tempo cercando di fermare la sua attività pastorale (segue 4 chiese la domenica, con centinaia di membri). La polizia ha sempre negato ogni azione contro i fondamentalisti, nonostante questi abbiano anche fatto irruzione in casa del pastore armati di spade e pronti a giustiziarlo. L’attitudine della polizia sembra essere quella di non immischiarsi nelle “faccende religiose” (come le definiscono), in realtà di religioso nell’ondata di violenze in India c’è ben poco, trattasi semplicemente di un tentativo di spaventare e sopprimere i cristiani. “Continuerò a fare l’opera del Signore” ha dichiarato il pastore Ninama dopo questa terribile esperienza, pur sapendo che questo può risultare pericoloso per lui e per la sua famiglia (ha una moglie e 6 figli).
Pakistan: guerriglia totale
News 15 ottobre 2009
Il Pakistan cammina in equilibrio su una fune sopra un abisso di violenza e fondamentalismo. L’instabilità regna sovrana; le frontiere sono un colabrodo, da cui talebani, fondamentalisti, signori della guerra passano indisturbati trasportando i loro strumenti di morte; dentro il territorio pakistano ormai gli attacchi arrivano da tutte le parti. Nell’ultima settimana gli attacchi terroristici sono stati 5, con un devastante numero di morti e feriti. Il 5 ottobre un kamikaze si è fatto esplodere a Islamabad prendendo come bersaglio la sede della Fao e uccidendo 5 persone (ferendone 4). Il 9 ottobre un’autobomba è esplosa nel cuore di un affollatissimo mercato, il Khyber Bazaar a Peshawar, causando 49 morti e più di 100 feriti.
Per darvi un’idea del disastro creato e della ferocia degli attentatori, la bomba conteneva 100 kg di tritolo, più una grossa quantità di proiettili di pistola, utili a ottenere il massimo numero di vittime possibili tra civili, donne e bambini compresi. Il 10 ottobre un gruppo di jihadisti, indossando delle divise regolari di soldati pakistani, sono entrati nel quartier generale dell’esercito a Rawalpindi, appena fuori Islamabad: una volta all’interno hanno scatenato l’inferno, lanciando granate, sparando a vista, uccidendo e facendo ostaggi, prima che le truppe d’assalto dell’esercito pakistano riuscissero a riprendere il controllo della base. Mente di questo attacco è un ex-soldato dell’esercito, ora disertore, già complice nel disastroso attentato del settembre 2008 al Marriot (una vera strage, decine e decine di morti). Il 12 ottobre un attentatore suicida si è scagliato contro un convoglio militare a Shangla, uccidendo 41 persone. Oggi, nella città nord-occidentale di Kohat, 8 persone sono rimaste uccise in un attentato contro una stazione di polizia. Ma non è finita, perché poco più tardi a Lahore, quindi dall’altra parte del paese, al confine con l’India, alcuni gruppi di estremisti islamici hanno preso d'assalto con attacchi abilmente coordinati tre centri delle forze di sicurezza. Il numero di morti non si conosce ancora, per il semplice fatto che gli scontri sono ancora in corso. Il paese è costellato di madrasse, cioè scuole coraniche che istruiscono i giovani e i meno giovani; nel regione del Punjab, teatro di continui attacchi, molte di queste madrasse sono diventate centri nevralgici per il reclutamento di terroristi. I servizi segreti pakistani, negli anni ’80, hanno creato o favorito la creazione di queste scuole per procedere a una graduale ma inarrestabile islamizzazione della zona. I politici hanno da sempre offerto appoggio e favori alle organizzazioni fondamentaliste in cambio di voti.
Ora, madrasse e fondamentalisti presentano il conto e a pagare sono i civili. Se si considera che i 3,6 milioni di cristiani pakistani sono visti come degli infedeli da cacciare o uccidere e che sta crescendo esponenzialmente il numero di attacchi nei loro confronti, si può capire che razza di situazione stiano vivendo i credenti in questo paese.
Cina: locale di culto demolito e un altro pastore arrestato
8 ottobre 2009 – Cina
Esattamente un mese fa scrivevamo che la Cina stava percorrendo a grandi passi la strada per diventare un paese che aiuta i cristiani perseguitati e non più, quindi, una nazione che li perseguita. Spiegavamo che le cose stanno migliorando, che i cristiani cinesi stanno lavorando assiduamente e con efficacia per diffondere il Vangelo, dopo decenni di persecuzione reale, ma invitavamo anche alla cautela, poiché i problemi non erano e di fatto non sono finiti.
Come leggete dal titolo, arrivano altre notizie poco edificanti. Secondo fonti attendibili del governo, la China Aid Association ci fa sapere che il 26 e 27 settembre scorsi il governo centrale ha ordinato a tutti gli ufficiali delle stazioni di polizia principali di prepararsi ad usare le forze militari contro i cristiani che potrebbero reagire agli attacchi avvenuti a Linfen City (Provincia di Shanxi) alla sede locale della chiesa di Fushan: il 13 settembre 2009, una folla di 400 persone formata da poliziotti senza uniforme e civili, imbracciando badili, bastoni, pietre, mazze di metallo e armi di ogni genere, hanno aggredito i membri della chiesa che stavano dormendo nel nuovo edificio componente un complesso industriale e concesso alla comunità come locale di culto. Tra gli oltre 100 cristiani vittime dell’insensato attacco, dozzine di loro hanno riportato ferite piuttosto serie. Secondo le informazioni raccolte, un membro della chiesa aveva ottenuto regolari permessi per costruire una fabbrica di scarpe e per concedere alla sua congregazione un’ala da adibire a locale di culto; la chiesa stava crescendo rapidamente e questo ha irritato un gruppo di facinorosi, che capeggiati da alcuni poliziotti della contea di Fushan, hanno deciso di demolire il locale, di aggredire i membri e di rubare loro vestiti, denaro e cellulari.
Dopo questi fatti, il 25 settembre sono intervenuti gli agenti del Public Security Bureau della Provincia di Shanxi, che come prima misura hanno pensato di arrestare 9 leader della grande comunità cristiana di Fushan (senza mandato o accuse formali), diretti a Beijing per protestare con le autorità centrali e di inviare forze dell’ordine a presidiare dentro e fuori gli edifici della chiesa a Linfen City. Naturalmente ogni attività in chiesa è stata proibita e sono stati confiscati computer, TV e altri oggetti di valore ritenuti “materiale illegale”. Alcuni leader della comunità sono agli arresti domiciliari, mentre il pastore Yang Rongli è detenuto in una località sconosciuta. Il Public Security Bureau centrale di Beijing ha classificato questi fatti come crescenti e preoccupanti atti di violenza nella zona. Il governo centrale, a quanto pare, ha esercitato pressioni sul Public Security Bureau locale, spingendo la stazione in cui si trovano i poliziotti coinvolti nei disordini a risarcire la comunità cristiana per i danni causati, allo scopo di evitare un’escalation di violenze e di instabilità nella zona. Messi alle strette dai vertici, i membri del Public Security Bureau di Fushan hanno offerto 1.4 milioni di yen (circa 139.000 euro) per ricostruire gli edifici distrutti o danneggiati dai loro attacchi, ma a una imprescindibile condizione: che non vengano usati come locali di culto, ma solo come fabbrica di scarpe.
Altro pastore arrestato. Con l’occasione segnaliamo anche l’arresto del pastore Hua Huiqi del Tent-Making Ministry (il 17 settembre 2009), conosciuto e rispettato difensore dei diritti delle comunità cristiane familiari in Cina. Il pastore Hua è stato arrestato dagli agenti della Sicurezza Nazionale nel distretto di Fengtai ed è ora detenuto in una località sconosciuta.La moglie, Ju Mei, si è vista arrivare a casa un agente delle forze dell’ordine che ha preso dei vestiti del marito, ma non ha detto nulla alla poveretta, che quindi ora non sa come stia e dove si trovi suo marito. Non è la prima volta che il pastore Hua viene arrestato e torturato per il suo impegno a favore dei cristiani liberi in Cina: negli ultimi due anni infatti ci sono state altre irruzioni come questa.
Giornata mondiale di preghiera per la chiesa perseguitata: domenica 8 novembre 2009
FONTE PORTE APERTE ITALIA.
Vi allego soggetti specifici di preghiera per intercedere presso le vostre comunità e nelle vostre case.
IRAQ
1. Sam trasalì quando passammo vicino all’entrata del suo villaggio: “Questo è il luogo dove hovisto mio fratello per l’ultima volta” ci ha detto. “Quattro anni fa è stato rapito e ucciso maquando mi trovo qui, mi sembra sempre ieri.” Sam ha dovuto poi seppellire i suoi genitori evendere la casa di famiglia. E’ un cristiano che frequenta regolarmente la sua chiesa, ciònonostante, nelle profondità del suo cuore stenta a capire perché così tante persone sonodovute morire nel suo paese solo per la loro fede. Pregate per Sam, affinché Dio si riveliproprio nel bisogno di Sam.2. L’emorragia di cristiani che lasciano l’Iraq è continua. Pregate che Dio incoraggi i responsabilidi chiesa e si serva di loro per portare conforto e speranza alle comunità cristiane.3. Le comunità cristiane curde in Iraq sono in crescita. Ringraziate Dio perché aggiunge ognigiorno dei salvati al loro numero. Tuttavia la sfida di istruire queste persone nella nuova fede ègrande. Pregate affinché ogni credente si faccia carico di istruire e incoraggiare i nuoviconvertiti.4. L’irrequietezza e l’insicurezza crescenti in Iraq stanno affliggendo molti cristiani. Pregateaffinché i cristiani riescano a riunirsi per pregare e portare avanti dei semplici programmi:c’è un gruppo di cristiani che tiene spettacoli di evangelizzazione. Pregate affinché le persone sisentano abbastanza sicure da poter partecipare a questi programmi e mandare i loro figli.
CINA
1. Ringraziate Dio perché i corsi per coppie pastorali sono stati di grande edificazione per moltefamiglie di responsabili di chiesa. Hanno restaurato e fortificato i matrimoni in quelle areedove le relazioni marito, moglie e figli erano compromesse dai continui impegni di servizio.Pregate affinché possiamo preparare tante coppie di responsabili di chiesa come consulentimatrimoniali con lo sviluppo del nostro corso di secondo livello.2. Chiedete al Signore di mandarci la persona giusta per guidare il nostro dipartimento disviluppo socio economico, in grado di condurre la nostra squadra attraverso il lancio diprogetti che faranno da piattaforma per la distribuzione di libri e la formazione biblica a favoredei cristiani poveri nelle aree rurali della Cina.3. La provincia dello Fujian sulla costa orientale è una delle più piccole provincie cinesi, con unapopolazione di 34 milioni di abitanti. E’ stata una delle prime a essere raggiunta dal Vangelo.Oggi le più caute stime contano 830.000 adulti membri di Chiesa in più di 4000 chiese o luoghid’incontro registrati, con soli 305 pastori ordinati (1 pastore ogni 2800 cristiani!) questechiese sono molto attive anche nel sociale, con istituzioni quali asili d’infanzia, case di riposo,cliniche e altri ministeri di utilità sociale. C’è un gran numero di altre chiese indipendenti e leamministrazioni locali sono in genere abbastanza tolleranti con i cristiani. Pregate che questaprovincia possa essere d’esempio ad altre nell’essere ‘luce e sale’ per la società.
INDONESIA
1. Chi lavora all’evangelizzazione dei musulmani difficilmente riceve aiuti dalle chiesetradizionali. Con un ristretto coinvolgimento delle chiese locali, il ruolo ricoperto da istituzionidi evangelizzazione indipendenti diventa vitale. Pregate il Signore affinché vi sia piùcollegamento e collaborazione, incoraggiamento e supporto.2. A causa della grande enfasi posta sul ‘vangelo della prosperità’, le chiese più importantitendono all’autocompiacimento, inconsapevoli che la persecuzione fa parte della vita delcristiano. Pregate per queste chiese e per i loro pastori e conduttori affinché abbiamo maggiorecomprensione e consapevolezza della persecuzione.
PAKISTAN
1. Pregate affinché un senso di vergogna pervada il Pakistan per il modo con cui tratta la suavulnerabile minoranza cristiana, affinché molti musulmani abbraccino un più elevato tenoremorale contro l’illegalità e la violenza.2. Pregate affinché molti musulmani disillusi si rivolgano a Cristo, affinché avvenga ciò cheaccadde all’apostolo Paolo colui che una volta ci perseguitava, ora predica la fede, che un tempocercava di distruggere (Galati 1:23).3. Pregate per la minoranza cristiana in Pakistan, affinché riceva conforto, pace e forza dall’altroSalmo 56:3 Nel giorno della paura io confido in te.
SOMALIA
1. Essere cristiani in Somalia è molto pericoloso. Stanno circolando molte storie non verificabilicirca un crescente numero di credenti nascosti che sono stati scoperti e decapitati. La manciatadi credenti nascosti che vive lì ha pochissimi mezzi per ricevere incoraggiamento einsegnamento. Pregate per la crescita spirituale dei cristiani somali nonostante i costantipericoli che corro e l’isolamento.
INDIA
1. Per favore pregate per i cristiani nella regione orientale di Uttar Pradesh, particolarmente nellazona attorno a Gorakhpur. Sono sottoposti a pressioni politiche e a continue minacce perindurli a cessare ogni attività di chiesa. I fondamentalisti incitano la gente contro di loro ehanno ripetutamente definito la chiesa una minaccia alla cultura indù e un nemico popolare.4. Dopo un anno di feroci attacchi ai cristiani di Kandhamal, Orissa, migliaia di cristiani sonoancora sfollati nei campi sotto le tende perché temono ancora di essere attaccati dai fanaticiindù. Il governo ha rimosso le forze para militari dall’area, pregate per la loro sicurezza eincolumità.5. Per favore ricordate nelle vostre preghiere anche il progetto di alfabetizzazione Jhabua, grazieal quale ogni sera si riuniscono 400 cristiani tribali (compresi molti non cristiani) in 20 centridislocati in altrettanti villaggi per imparare a leggere e a scrivere la lingua Hindi. Pregate perloro affinché presto abbiamo l’abilità di leggere la Bibbia.
PETIZIONI
Indonesia
terremoto e catastrofe piegano Sumatra
news 1 ottobre 2009
Terremoti, tsunami, attentati e disordine sociale, il popolo indonesiano è fiaccato da più parti, l’emergenza è lo stato naturale di gran parte di questa nazione e le notizie di questi giorni parlano di nuovo di catastrofe e morte. A Sumatra, una delle isole più grandi del pianeta e parte integrante dell’enorme arcipelago indonesiano, una nuova forte scossa di terremoto di magnitudine 6.8 è stata registrata a sud della zona già devastata pochi giorni fa da un sisma di 7.6 gradi sulla scala Richter. Il responsabile dell’unità di crisi del ministero della Sanità indonesiano parla di migliaia di vittime, per ora quelle accertate sono 770, anche se sono dati già vecchi nel momento in cui li pubblichiamo.
Con i suoi quasi 240 milioni di abitanti l’Indonesia è il più popoloso paese a maggioranza musulmana della terra e spesso vi abbiamo parlato di questa nazione per il livello di persecuzione che vivono i cristiani locali. Chi ha frequentato i nostri convegni annuali, conoscerà le storie di molte sorelle indonesiane vittime della violenza degli estremisti islamici. Solo due anni fa ospitavamo come oratrice del convegno Rebekka Zakaria, una donna medico incarcerata per la sua proficua attività di responsabile della scuola domenicale (in una chiesa evangelica di un villaggio a maggioranza musulmana), condannata a ben 3 anni di carcere: la sua storia ci fece toccare con mano la realtà di persecuzione dei nostri fratelli indonesiani. Nel convegno di quest’anno, invece, abbiamo ascoltato attraverso un interessante lungometraggio prodotto da Porte Aperte, la storia di Noviana, vittima e unica superstite di un vero e proprio agguato contro un gruppetto di giovanissime cristiane da parte di una banda di estremisti: le amiche di Noviana furono decapitate, lei si salvò riportando una profonda ferita al volto la cui cicatrice rimarrà per sempre.
Esattamente come in Cina nel terremoto in Sichuan, anche a Sumatra la minoranza cristiana e le organizzazioni umanitarie cristiane possono - attraverso gli aiuti umanitari e il volontariato - offrire alla maggioranza musulmana indonesiana un esempio dell’amore cristiano, spazzando via pregiudizi e false dottrine: in Cina ha funzionato e tuttora funziona, i fratelli cinesi della zona colpita (e non solo) si sono rimboccati le maniche e hanno teso la mano a tutti i bisognosi.
Porte Aperte, in collaborazione con la chiesa locale, ha sempre cercato di offrire aiuti umanitari concreti alle popolazioni colpite dalle calamità naturali (e il Sichuan ne è solo un esempio): in tutto questo anche il tuo aiuto è determinante.
Preghiamo per il popolo indonesiano, per i fratelli e le sorelle che vivono nella zona colpita dal sisma, e perché un miracolo come quello avvenuto in Cina possa accadere anche in Indonesia. Amen!
Medio Oriente
dallo spazio un aiuto per i credenti nascosti
news 24 settembre 2009
Dall’Egitto all’Iran, passando per Israele e Palestina, si estende un braccio di storia umana davvero essenziale per tutti noi: il Medio Oriente, una terra complessa e meravigliosa, una terra vicina e lontana al tempo stesso e, anche, una terra promessa come sapete. Gli sforzi di Porte Aperte in questo lembo di mondo sono assidui, poiché in molte delle nazioni che lo compongono i cristiani subiscono varie forme di persecuzione. Milioni di questi fratelli vivono la loro fede nel segreto, come credenti nascosti. Uno dei metodi che usiamo per raggiungere queste terre con la Parola di Dio e con un supporto tangibile ai cristiani perseguitati sono i programmi della TV satellitare.
Porte Aperte, quindi, investe risorse ed energie nella produzione di programmi su canali TV satellitari, su internet e su canali radio. Appoggiamo e collaboriamo con società di produzione cristiane che hanno a cuore la sorte dei cristiani in Medio Oriente, usando questi mezzi multimediali per raggiungere, formare, sostenere e incoraggiare milioni di credenti. Dato che l’audience di questi canali satellitari non può essere facilmente misurata, una delle grandi sfide per noi è avere dei feedback, dei riscontri numerici che ci dicano chi e quanti seguono questi programmi. Fortunatamente abbiamo raccolto moltissime meravigliose storie di credenti che sono stati discepolati, incoraggiati e sostenuti da queste nostre iniziative: i mezzi utilizzati per raccogliere queste testimonianze sono tanti, dai siti internet ai numeri verdi, dalla posta alle e-mail, ogni mezzo ci è stato utile per ricevere conferme, richieste di preghiere, incoraggiamento, sostegno, richieste di aiuto, ecc… In molti chiedono spiegazioni sui temi trattati nei programmi, cercando di approfondire le loro conoscenze bibliche o cercando semplicemente delle risposte che, non avendo una comunità e una chiesa da frequentare perché troppo rischioso o addirittura impensabile, conservano nel loro cuore in attesa di avere dei chiarimenti da Dio. I programmi dunque diventano un veicolo per capire di più la propria fede, per aggrapparsi con più forza a Dio e per sentire che Dio risponde alle loro preghiere. Molti usano i programmi come base per studi biblici da proporre ad altri. Altri chiedono consulenze su problematiche della vita coniugale o familiare, sul fidanzamento, sul matrimonio, sui figli, sulla relazione con la società che li osteggia, sulla persecuzione che subiscono e su molte altre importantissime tematiche. La sete di conoscenza è palpabile e questi mezzi così discreti e per certi versi “invisibili”, diventano una risorsa di inestimabile valore per chi è costretto a vivere la propria fede in Dio di nascosto. Sono molte le richieste di preghiere da parte di giovanissimi che ci giungono via sms, mail o post nei siti internet e questo ci ricorda che esiste una nuova generazione di credenti che trema nell’ombra e brama risposte da parte nostra, poiché, vale la pena ricordarlo, su questa terra noi possiamo essere la mano tesa di Dio per questi fratelli.
Sono moltissimi i progetti in cui Porte Aperte è impegnata e tutto questo è reso possibile grazie all'impegno di tutti i credenti che contribuiscono a sostenere questa missione: un grazie da tutti i credenti nascosti di questo mondo!
SOSTENIAMO LA MISSIONE PORTE APERTE.
Se hai a cuore di aiutare economicamente la chiesa perseguitata contatta Angela Solinas, la responsabile di questo spazio nella Chiesa “ Solu a Deus sa gloria “ di Sassari.
Dio ci benedica fratelli e guidi nella preghiera, per “ il resto che sta per morire”. Amen.
AIUTARE LA CHIESA CHE SOFFRE
Come possiamo esser d’aiuto alla Chiesa sofferente?
Sostenere il resto che sta per morire è un suggerimento presente in Apocalisse 3: 2 . “Sii vigilante e rafferma il resto che sta per morire; poiché non ho trovato le opere tue compiute nel cospetto del mio Dio.”
Rafforzare la Chiesa sofferente è possibile in differenti modi: con la preghiera prima di tutto, con le nostre offerte, con lettere o petizioni da spedire 1- alle autorità politiche dei Paesi nei quali Cristo stesso è perseguitato 2- ai giornali 3- alle nostre alte cariche governative, nella speranza di un intervento a favore dei nostri fratelli perseguitati per la fede. 4- Possiamo sostenerli inviando una cartolina illustrata o brevi lettere: grande incoraggiamento e aiuto troverebbero nelle nostre parole, ci sentirebbero vicini… si sentirebbero meno soli. E questo per chi è in carcere o è rimasto a casa da solo coi figli e senza il capofamiglia è veramente essenziale e consolante. Non diamo poca importanza a quello che potremmo fare per il corpo che soffre… ricordiamoci che siamo tutti membra l’ uno dell’ altro e che il capo è uno solo, Cristo!
Abbiamo predisposto tre lettere tipo.
Per chi non conosce l’inglese, si può usare il testo di una di queste tre lettere che contengono un breve messaggio d’incoraggiamento che può essere copiato-incollato, stampato su un foglio e spedito in busta chiusa all’ indirizzo di Porte Aperte. Non citiamo mai Porte Aperte nella cartolina o nella lettera per ragioni di copertura della missione. L’ indirizzo compaia solo nella busta mai all’ interno. Nelle lettere non deve mai esser detto niente di negativo contro i governi o l’islam o altre religioni. Quando firmiamo le lettere o le cartoline scriviamo il nostro nome, cognome e paese d’origine, ma non l’intero indirizzo. Naturalmente non mandiamo mai soldi, direttamente, al fratello detenuto o alla famiglia o promesse di aiuto. Per queste azioni demandiamo alla missione di Porte Aperte.
Ecco tre prototipi di lettera
1-
Dear ………………….. (nome del destinatario)
I heard about your situation and wanted to write to let you know that you are in my prayers. Although we have never met, we are united as brothers and sisters in Christ.
I cannot imagine what it must be like to have to endure your sufferings. But I know that the Lord is with you – even in the hardest times. I pray that you will know His presence and His peace everyday. Keep looking to Him and trusting in Him, for He is a faithful God.
“God is our refuge and strength, an ever present help in trouble.” – Psalm 46:1.
With love in Christ,
…………………………………..[Vostro nome]
…………………………………[Vostro paese – optional)
2-
Dearest …………………….. (nome della sorella o fratello a cui stai scrivendo),
I have read about your situation and I want to tell you that I pray for you,
It is hard for me to understand how difficult must be your place but I am sure that GOD is good and He is looking after you….only be strong and courageous to our Lord Jesus Christ.
You are a wonderful witness for me and all Church.
Jesus is coming back for His Bride.
Isaiah 41:13“For I am the LORD, your God, who takes hold of your right handand says to you, Do not fear; I will help you.
With love,
……………… (tuo nome)
………………..(il Paese in cui vivi )
3-
Dearest ……….. (nome della sorella o fratello a cui stai scrivendo),
I have read about your situation and I want to tell you that I pray for you,
It is hard for me to understand how difficult must be your place but I am sure that GOD is good and He is looking after you….only be strong and courageous to our Lord Jesus Christ.
You are a wonderful witness for me and all Church.
Jesus is coming back for His Bride.
“Have I not commanded you? Be strong and courageous. Do not be terrified; do not be discouraged, for the LORD your God will be with you wherever you go." Joshua 1:9
With love,
……………………… (tuo nome)
………………………..(il Paese in cui vivi )