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La chiesa sofferente

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La chiesa sofferente
chiede preghiera a quella libera

Campagna Bambini Nascosti
Le vittime dimenticate della persecuzione


Porte Aperte lancia la campagna Bambini Nascosti, una campagna dedicata espressamente ai bambini della Chiesa perseguitata. La nostra visione è che i bambini della Chiesa perseguitata siano in contatto, siano supportati in maniera tangibile e amati dalla famiglia cristiana di tutto il mondo, affinché vivano coraggiosamente la loro fede in Cristo.

Informazioni generali
Durante i nostri viaggi di ricerca è emerso, nel corso delle varie interviste, che i bambini della Chiesa perseguitata sperimentano la persecuzione in un modo unico e spesso ignorato. L’istituzione di questa campagna rappresenta l’avvio di un processo che vuole evidenziare i bisogni dei bambini della Chiesa perseguitata.Concentreremo la Campagna Bambini Nascosti 2011 sulla fascia d’età al di sotto dei 13 anni, che costituisce il 30-40% della popolazione complessiva di molti paesi.I bambini figli di cristiani affrontano delle sfide uniche nel loro genere, a causa della fede dei loro genitori. Qualcuno di loro è vittima indiretta della violenza che coinvolge la comunità cristiana o viene individualmente discriminato per quanto concerne l’istruzione (per esempio per i figli che hanno una doppia identità: cristiani a casa, ma musulmani o indù o altro nella loro società); altri ne sono affetti direttamente per la perdita di un genitore a causa di morte o detenzione.Nessun genitore sceglierebbe di crescere i propri figli in un paese colpito da carestia e pochissimi sceglierebbero di continuare a vivere in zone di guerra se si presentasse una valida alternativa. Tuttavia ogni giorno madri e padri cristiani sono costretti a scegliere tra la fedeltà a Gesù o la sicurezza della loro famiglia, tra allevare i propri figli nella fede cristiana o custodirli fisicamente in luoghi sicuri. Di conseguenza molti bambini stanno crescendo con la consapevolezza di trovarsi in situazioni molto pericolose a causa della scelta dei genitori di seguire Cristo e, naturalmente, quei genitori desiderano che anche i loro figli seguano Cristo. Il coraggio e la determinazione di molti genitori nella Chiesa perseguitata è stimolante e di grande esempio, ma spesso costa molto caro e il prezzo viene pagato sia dai genitori che dai loro figli.
Dobbiamo fare tutto quello che possiamo per incoraggiare e sostenere con le nostre risorse questi bambini, preziosi membri della famiglia di Cristo.

Obiettivi principali:


Aumentare significativamente la consapevolezza, il sostegno e la preghiera per i bambini della Chiesa perseguitata, ricordandoci che anche i bambini sono perseguitati e hanno bisogno di sostegno.
2. Portare avanti
campagne pubbliche e patrocinio privato per promuovere un cambiamento nella sfera legale che riguardi i bambini della Chiesa perseguitata nel Medio Oriente. L’aspetto del patrocinio è una conseguenza naturale della nostra campagna del 2010 intitolata Liberi di Credere.
3. Portare un rilevante
cambiamento nelle vite di 10.000 bambini che soffrono la persecuzione puntando ad aiuti finanziari regolari per andare incontro alle loro esigenze pratiche, materiali ed emotive e dove possibile far loro sapere che la famiglia cristiana internazionale li ama e prega per loro.

Messaggi chiave:

I bambini spesso pagano un prezzo elevato per la scelta loro e dei loro genitori di essere fedeli a Cristo – quanti abbracceranno la fede dei genitori potrebbero essere i futuri leader della Chiesa perseguitata. Dobbiamo fare quanto in nostro potere per servirli con la preghiera e l’azione. bambini hanno bisogni evidenti e pratici che sono una conseguenza diretta della persecuzione. Dobbiamo offrire loro un aiuto tangibile e una speranza per il futuro. bambini perseguitati hanno bisogno che noi usiamo la nostra libertà in loro favore. Portare avanti una campagna per la libertà religiosa dei bambini è un metodo importante, di grande impatto sulle prospettive di crescita dei medesimi nelle comunità del Medio Oriente.

Dunque Porte Aperte quest'anno si impegnerà in modo particolare a favore dei bambini della Chiesa perseguitata. E' chiaro che tutti gli altri nostri obiettivi e progetti rimangano, ma vorremmo davvero riuscire a cambiare significativamente la vita di almeno 10.000 bambini della Chiesa perseguitata.





TU PUOI FARE QUALCOSA…..



Egitto e Sudan: leggi contro la blasfemia minacciano le conversioni

News Porte Aperte 2 giugno 2011

Le tempeste in corso in Egitto e in Sudan rappresentano un grande punto di svolta, ma le attitudini locali sembrano assicurare che almeno una cosa rimarrà invariata: la legge contro la diffamazione dell'islam resisterà a qualsiasi tempesta. Mentre i giovani egiziani continuano la loro rivoluzione cercando quelle libertà così comuni nelle altre parti del mondo, non vi è segno che la versione egiziana della legge anti-blasfemia verrà cambiata. In Sudan, dove il Sud non islamico è ormai diviso dal Nord islamico, i cristiani rimanenti nel nord sono più vulnerabili alle accuse infondate di diffamazione dell'islam. In Egitto questa legge mira teoricamente a scoraggiare le persone dall'offendere le sensibilità religiose altrui, ma in pratica viene utilizzata per soffocare la libertà di espressione e intimidire e punire coloro che non sottostanno alla versione ortodossa dell'Islam sunnita praticato dalla maggioranza degli egiziani, questo è ciò che affermano gli avvocati che si battono per i diritti umani e per i dissidenti religiosi.
L'articolo 98(f), conosciuto dai procuratori egiziani come la base di accusa contro chi disprezza la religione, cita:
Chiunque sfrutti la religione per promuovere ideologie estremiste attraverso l'eloquio, la lettera scritta o in qualsiasi altra forma, con l'intenzione di fomentare la sedizione, il disprezzo o lo screditamento di una qualsiasi religione divina o dei suoi aderenti, o pregiudicando l'unità nazionale, sarà punito con l'arresto dai 6 mesi ai 5 anni o con un'ammenda di almeno 500 sterline egiziane (60 euro circa).
Formalmente l'articolo 98(f) non è una legge anti-blasfemia, ma viene usato in questo modo tanto quanto le altre leggi anti-blasfemia vigenti nell'intero Medio Oriente e nell'ancor più esteso mondo musulmano. Violare questo statuto significa "diffamare una religione divina". Molti, in virtù di questa legge, sono stati accusati di aver insultato l'islam.
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Se diventi cristiano, sei facilmente accusabile di insultare l'islam proprio perché hai abbandonato questa religione e quindi, presumibilmente, la consideri non buona", afferma Paul Marshall, studioso del Centro sulle Libertà Religiose presso l’Hudson Institute. Al contrario, però, nessun convertito dal cristianesimo all'islam è mai stato accusato di aver diffamato il cristianesimo.


Casi emblematici in Egitto

Vittime di questa legge egiziana non sono soltanto gli ex musulmani convertiti al cristianesimo, bensì anche altri gruppi tra cui i bahai, gli sciiti e altre minoranze non sunnite che sono state accusate di diffamazione. In alcuni casi, persino dei sunniti che hanno espresso opinioni non ortodosse sono stati accusati di blasfemia attraverso questo articolo. Molti giornalisti sunniti, blogger, avvocati, docenti universitari, almeno un rinomato poeta e un premio Nobel sono stati tutti accusati di diffamazione, non per aver veramente insultato l'islam o un'altra tradizione, ma per aver esplorato delle idee religiose non ortodosse.
Ashraf Thabet, 45 anni, sa molto bene cosa significhi essere accusato di aver diffamato una religione divina. L'importatore commerciale di Porto Said era sempre stato un musulmano devoto fino a quando una crisi economica e l'annullamento di un affare importante gli permisero di investigare a fondo la religione islamica. Ciò che inizialmente era la ricerca di un significato più profondo nella sua fede, lo condusse infine ad abbracciare il cristianesimo. Quando condivise le sue scoperte con altri, Thabet si ritrovò da solo contro il Servizio di Sicurezza di Stato egiziano (SSI).Il 22 marzo 2010, gli agenti SSI fecero irruzione nel suo appartamento, per poi aggredire il povero Thabet di fronte alla sua famiglia e, infine, trascinarlo in prigione. Accusato di aver violato l'articolo 98(f), trascorse 132 giorni in prigione (in isolamento), senza mai essere portato in tribunale. Il suo caso, ancora irrisolto, è emblematico di come la legge venga usata per punire le persone, non per aver in effetti insultato una religione, ma perché hanno scelto un percorso di fede che non viene accettato dallo Stato. Questo "reato" è considerato un crimine che si compie per ciò che si è, piuttosto che per qualcosa che si fa.
Ma in Egitto forse il caso più famoso di diffamazione (non da parte di cristiani) è quello di Nasr Hamed Abu Zaid, studioso sunnita. Nel suo lavoro reinterpretava i testi del Corano, adattandoli al contesto storico. Accusato da alcuni funzionari dell'università di Al-Azhar di aver diffamato l'islam, venne portato in tribunale come apostata. Siccome un non musulmano non può sposare una donna musulmana, il tribunale emanò un procedimento per annullare il suo matrimonio. Nel 1995 si trasferì in Olanda con sua moglie. Ritornò dopo tanto tempo in Egitto, dove morì per un’infezione cerebrale nell'agosto del 2010.
Secondo Azza Taher Matar dell'Arabic Network per le informazioni sui diritti umani, i casi di musulmani accusati di diffamazione solo perché dimostrano di avere una mentalità differente sono i più comuni.
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La maggior parte riguarda musulmani che discutono sull'islam, sulla sua storia e sull'impero arabo" afferma Matar. "Quando ci sono dibattiti o conflitti di natura religiosa, vengono solitamente messi a tacere e risolti politicamente". Gli avvocati per i diritti umani dicono che è quasi impossibile calcolare quante persone sono state accusate di questo "reato" in Egitto. Non è pandemico, ma è molto comune.

Applicazione parziale della legge in Egitto

Un altro aspetto della legge è che essa viene applicata con parzialità, per così dire a favore della sensibilità religiosa della maggioranza rispetto alle minoranze. In effetti, alla maggioranza è di fatto data la libertà di insultare e screditare le minoranze religiose presenti nel paese. Solo in alcune rare occasioni il Governo è intervenuto quando dei professionisti hanno insultato il cristianesimo in TV, ma nel complesso la gente diffama il cristianesimo e le sue idee centrali nella sfera pubblica senza incappare in nessun problema di sorta. "Puoi sentirla dagli altoparlanti per le strade", continua Marshall riguardo la sistematica denigrazione del crisitanesimo, "o in programmi televisivi per la scuola. La puoi leggere nei testi didattici o addirittura nei libri pubblicati da vari ministeri governativi". Non mancano le invettive anti-cristiane degli imam (soprattutto nell’Egitto Meridionale) durante le preghiere del venerdì pomeriggio, spesso foriere di aggressioni contro i cristiani. In Egitto, va ricordato, i salari degli imam sono in parte pagati da istituzioni islamiche approvate dallo Stato.
Al di là di alcuni gruppi a sostegno dei diritti umani e di pochi altri gruppi religiosi, non vi sono stati segnali di protesta pubblica per una riforma della legge.Parte del motivo per cui le leggi non possono cambiare risiede nell'articolo 2 della Costituzione egiziana, che afferma che “l'islam è la religione di stato, l'arabo è la lingua ufficiale e la principale fonte legislativa è la giurisprudenza islamica”.Sebbene la stessa costituzione abbia leggi a favore della libertà di fede e di espressione, queste sono sostanzialmente ostacolate dall'articolo 2, che le rende inoperative. Vi è stata una forte pressione da parte dei copti e di altri gruppi secolari per sbarazzarsi di questo articolo, ma un recente referendum per la riforma costituzionale non includeva nessuna proposta per cambiarlo. Il referendum è passato con il 77% a favore della riforma, ma le leggi contro la diffamazione sono rimaste per l’appunto intatte.


Oltraggio alla Croce in SUDAN

Nel Sudan settentrionale, dove risiede la maggioranza musulmana sunnita, l'apostasia (l'abbandono dell'islam) è punibile con la pena di morte e la sentenza massima per la violazione della legge anti-blasfemia è più mite di quella egiziana dei 5 anni di prigione, ma potenzialmente più dolorosa. La violazione della Sezione 125 del
Sudanese Criminal Act che vieta la diffamazione della religione, l'incitamento all'odio e il disprezzo verso le credenze religiose è punibile con un anno di prigione, una multa e 40 frustate.
Come in Egitto, la legge può essere utilizzata come pretesto per avviare un'azione legale contro chi abbandona l'islam, poiché la conversione al cristianesimo in sé può significare insulto o disprezzo nei confronti dell'islam.
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Questo articolo è stato utilizzato dalla polizia per opprimere ogni persona che si converte", afferma un sudanese convertito a Cristo, mentre un avvocato musulmano sudanese afferma: "L'importanza di questa sezione è che aiuta a proteggere la religione islamica dall'essere insultata e inoltre scoraggia coloro che non vogliono rispettare le altre religioni". Ma l’ex musulmano sudanese rilancia dicendo: "Questo articolo è importante per i musulmani, perché dà a ognuno di loro il diritto di far causa ad ogni persona che abbandoni l'islam", aggiunge. "La legge può inoltre essere utilizzata dal Governo per arrestare individui che gli si oppongono".
I cristiani che rimangono al nord sono particolarmente vulnerabili e, secondo il Dipartimento di Stato USA, si tratta di un numero significativo di persone. "
In molti casi la legge continua ad essere utilizzata dalla polizia per ostacolare chiunque provi ad esprimere la sua fede in pubblico", dichiara un altro ex-musulmano rimasto anonimo.Il reportage sulla libertà religiosa internazionale del Dipartimento di Stato USA fa notare che mentre la costituzione nazionale temporanea del Sudan garantisce la libertà religiosa in tutto il paese, stabilisce al contempo la Sharia (la legge islamica) al settentrione. Le leggi e le politiche ufficiali del Governo di Unità Nazionale favoriscono l'islam al nord, mentre la costituzione, le leggi e le politiche del Sudan meridionale provvedono libertà di religione al sud. Nel Sudan del Sud, infatti, non esistono pene per l'apostasia o per la diffamazione della religione, e l'evangelizzazione è comune. Se è vero che il succitato reportage del Dipartimento di Stato USA evidenzia come le leggi contro la blasfemia e la diffamazione nel nord siano state applicate raramente l'anno scorso, è altrettanto vero che la minaccia che esse infondono è già di per sé sufficiente a limitare la libertà di parola e di religione, specialmente per gli ex musulmani convertiti al cristianesimo.

Casi emblematici in Sudan

Se è vero, come afferma un leader cristiano, che la sezione 125 rappresenta "un'arma in mano al governo per lanciare accuse contro i cristiani”, è anche vero che i cristiani non sono gli unici elementi vulnerabili all’interno della popolazione sudanese. Nel novembre 2007, un'insegnante inglese è stata arrestata a Khartum per aver “insultato” l'islam perché in un progetto scolastico aveva lasciato che i suoi alunni chiamassero un orsacchiotto di peluche Maometto. Gillian Gibbons, di 54 anni, è stata accusata secondo la Sezione 125 e condannata per aver "insultato" la religione islamica a 15 giorni di prigione e poi alla deportazione. Aveva suggerito ai suoi alunni di chiamare il pupazzo (la nuova mascotte della classe) "Faris", ma 20 dei 23 bambini avevano optato per "Maometto", seguendo il parere del ragazzo più popolare della classe. La maggior parte dei musulmani sunniti vieta ogni raffigurazione di Maometto. Una funzionaria scolastica, Sara Khawad, aveva per questo lanciato l'accusa contro la Gibbons. Il giorno dopo la sentenza circa 10.000 manifestanti a Khartum hanno insistito per la sua condanna a morte, così come avevano sostenuto anche gli imam nelle preghiere del venerdì. Infine, dopo l'intervento delle autorità inglesi, le è stato concesso un perdono presidenziale ed è stata accompagnata presso l'ambasciata inglese della città.
Nel dicembre 2007, la Sezione 125 è stata usata contro due librai egiziani, Abdelfatah Al Sadani e Maharous Mahammad Abdelazeem, entrambi di 30 anni. Condannati a sei mesi di prigione per aver venduto un libro che il tribunale considerava un insulto ad Aisha, una delle mogli di Maometto.
Questi casi si aggiungono a tutti quelli contro i cristiani e ci danno un quadro più chiaro sulla situazione delle libertà religiose in Sudan.


Cina
Ondata repressiva più seria da Tienanmen

News Porte Aperte 19 maggio 2011

Quanto è difficile analizzare la situazione della Cina in questi anni? Si rischiasempre la generalizzazione, l’inesattezza. Intanto, mentre le angurie esplodono per i troppi fertilizzanti, quasi di sottecchi il governo cinese ingaggia negli ultimi mesi un’altra battaglia contro le comunità cristiane non allineate. Sono 5 le religioni ufficialmente riconosciute dallo Stato (buddismo, cattolicesimo, islam, protestantesimo e taoismo) e per ognuna di esse esiste un'associazione governativa che ne controlla le attività. Chi vuole evitare la pressante ingerenza del governo persino sul proprio credo, va incontro periodicamente a seri problemi. Perciò eccoci di nuovo a parlare di un significativo peggioramento del trattamento riservato ai cristiani cinesi dalle proprie autorità. Generalizzare, come si diceva, oltre a essere sbagliato, non è il nostro obiettivo, ma la preoccupazione ha oltrepassato i confini del mondo religioso per entrare nei pensieri di chiunque abbia a cuore i diritti civili.
Capita dunque che, nei non facili rapporti USA-CINA, il Segretario di Stato Hillary Clinton menzioni la preoccupante serie di “arresti e sparizioni” di cristiani e di attivisti per i diritti umani in Cina. In un editoriale de Il Corriere della Sera, Del Corona scrive: “
Non si tratta solo degli arresti di avvocati e dissidenti, delle retate di evangelici o dell'ennesimo divieto di espatrio al poeta Liu Yiwu. Ci sono avvenimenti meno brutali che tuttavia inquinano il clima. L'ambasciata americana ha rivelato che decine di eventi culturali e accademici sono stati cancellati «per le interferenze delle autorità cinesi». Analoghe pressioni hanno segnalato ambasciate europee. I controlli fiscali e sui visti si sono fatti capillari. La polizia convoca giornalisti stranieri...”, come a dire che il giro di vite tocca vari campi e l’ingerenza del governo ritorna in auge.
Il caso della
Chiesa Shouwang di Pechino è emblematico. Non c’è verso che riceva per vie legali un riconoscimento da parte dello stato (pur contando più di 1000 membri e non facendo ovviamente nulla di illegale), anzi con rifiuti, sfratti e pressioni di vario tipo si cerca di smembrarla. 160 membri sono stati arrestati mentre tentavano di riunirsi nei giorni di Pasqua (violando l’ennesimo insensato divieto delle autorità); i leader sono stati portati nelle stazioni di polizia e interrogati; volano minacce e pressioni di vario genere; la Chiesa si appella all’articolo 36 della Costituzione cinese, che sancisce la libertà di credo, ma non serve a nulla, ormai è deciso: per i cristiani evangelici si avvia un altro periodo di discriminazioni e vessazioni. Quello di questa chiesa non è l’unico caso. Altre comunità familiari (così si definiscono quelle congregazioni che non si riuniscono nelle chiese controllate dallo stato) si sono unite alla Chiesa Shouwang in questa battaglia legale, poiché non sono poche quelle che subiscono soprusi di vario tipo. Alcuni credenti si sono visti sfrattati dalla casa in affitto, poiché i proprietari avevano ricevuto pressioni dalle autorità; altri sono stati licenziati dal posto di lavoro per lo stesso motivo. Non è poi così difficile dunque per le autorità rovinare la vita a queste persone. Alcuni osservatori internazionali, attenti alle cose cinesi, sostengono che le rivolte nel Maghreb e in Medio Oriente, l’impennata dell'inflazione, l’attenzione alla questione dei diritti umani da parte di competitor economici, ma anche il Nobel per la Pace al dissidente Liu Xiaobo e la forte crescita del cristianesimo in Cina, abbiano creato una montante preoccupazione mista a irritazione nei vertici cinesi, che reagiscono con arresti di cristiani, di attivisti, di dissidenti e di intellettuali e con convocazioni intimidatorie e minacce ai giornalisti stranieri, oltre che con controlli (censure) più duri in internet. Per gli stessi osservatori si tratta dell'ondata repressiva più seria dai fatti di Tienanmen.


Uzbekistan.
Tohar Haydarov è stato condannato a 10 anni di carcere.

Ha solo 27anni e se le cose non cambiano, sarà rilasciato a 37. Accusato di possesso di droga e produzione di stupefacenti, è in realtà in carcere per la sua fede. Chi ha potuto vederlo durante il processo, nel quale gli è stata negata l’ arringa di difesa finale del suo legale, ha asserito che aveva il volto gonfio e che camminava a stento. E’ opinione di molti che nel carcere sia stato torturato! Lui è membro di una chiesa battista non registrata. La sua comunità non vuole farsi registrare perché è contraria all’ ingerenza dello Stato.
Gli stupefacenti ritrovati nella sua abitazione sono stati messi apposta dalla polizia che tempo prima lo aveva fermato con l’ intento di farlo abiurare dalla propria fede, per tornare all’ islam.
Lui è in carcere e noi abbiamo il dovere di sostenerlo in preghiera perché non cada e sia forte. Chiediamo che non venga più torturato e facciamogli sentire la nostra vicinanza scrivendogli delle lettere o delle cartoline ( senza menzionare Porte Aperte e con solo il nostro nome e la nazione).
Se vuoi scrivergli un breve messaggio ( possibilmente in inglese) mandalo in busta chiusa a

TOHAR HAYDAROV
c/o Porte Aperte
casella postale 45; 37063 Isola della Scala (VR)


TURKMENISTAN:
Pastore NURLIEV condannato a quattro anni di lavori forzati


Fonte Magazine Porte Aperte Febbraio- Marzo 2011


Guardate il volto del pastore Ilmurad Nurliev. Lo stesso per il quale abbiamo pregato in questi mesi e che è stato condannato a ben 4 anni di lavori forzati. Verso la fine di agosto era stato accusato falsamente di truffa ai danni di membri della sua chiesa. Sua moglie continua a sostenere la sua innocenza e che il vero motivo della sua condanna è la fede in Gesù!
Ilmurad ricorrerà presto in appello, perciò preghiamo per questa opportunità. Il pastore spera anche di poter godere dell' amnistia di quest' anno per uscire dalla prigione. Mettiamo tutto nelle mani di Dio!

Preghiamo perché ha bisogno del nostro sostegno!



Indonesia:
Gruppi islamici dimostrano contro un culto in un centro commerciale

News Porte Aperte del 6 Dicembre 2010

Dopo aver chiuso diverse chiese a West Java, South Sulawesi, Sumatra e in altre province, gli integralisti islamici tentano ora di impedire i vari culti cristiani che avvengono all'interno o nei pressi di centri commerciali. E' quanto accaduto il 19 novembre scorso nel Gandaria City Mall a Giacarta Sud, quando numerosi membri di varie organizzazioni islamiche hanno protestato contro l’incontro che una chiesa stava realizzando nel centro commerciale, motivando la propria opposizione "con la vicinanza del centro a una scuola coranica", afferma Hamdani, uno dei dimostranti, al quotidiano Poskota. Il direttore del centro ha invece negato che si fosse tenuto un culto e ha affermato che i manifestanti erano stati malinformati.
Jeirry Sumampouw, segretario esecutivo di un'importante associazione indonesiana di chiese afferma che nessuno ha il diritto di vietare un culto in un centro commerciale, in quanto luogo pubblico utilizzabile nella misura in cui non reca danno o disturbo a qualcuno; aggiunge che il governo dovrebbe prendere provvedimenti seri altrimenti il problema potrebbe ripresentarsi altrove. Spiega inoltre in un’intervista che l'aumento dei culti nei centri commerciali è dovuto alle difficoltà di ottenere permessi per costruire chiese, aggiungendo quanto segue: “I direttori di questi centri commerciali sono spesso cosi terrorizzati dalle reazioni dei più estremisti, che potrebbero non permettere più lo svolgimento dei culti all'interno dei loro spazi”. Con forza sostiene inoltre che l'aver citato la scuola coranica come motivo per opporsi al culto cristiano è illegale e molto pericoloso: “A motivare questi oppositori è la mera emotività che non prende assolutamente in considerazione la legge. Va ricordato loro che questo non è un paese con un'unica religione. Le loro ragioni sono sbagliate e fabbricate ad hoc”.Saor Siagian, coordinatore del Religious Freedom Defense Team, ha affermato che questi fenomeni devono essere urgentemente fermati, perché “se i dimostranti riescono a proibire queste attività, significa che riescono ad annullare in qualche modo i diritti costituzionali, che sono a favore della libertà religiosa per ogni cittadino”, commettendo quindi dei reati che la polizia dovrebbe punire con fermezza. Siagian spinge quindi ogni congregazione cristiana vittima di tali opposizioni, a denunciare il tutto alla polizia. Analizzando i fatti, Siagian sostiene che sarebbe piuttosto interessante, oltre che giusto, vedere se i dimostranti abbiano informato la polizia e ottenuto un regolare permesso per le loro dimostrazioni; se così non fosse, ogni dimostrazione illegale, in uno stato di diritto come dovrebbe essere l’Indonesia, non dovrebbe svolgersi e dovrebbe incontrare la ferma opposizione delle autorità. Diversa è la situazione dei culti: “Non c'è bisogno di richiedere un permesso per svolgere culti nei centri commerciali secondo la legge indonesiana”, aggiunge Siagian.
Molte altre voci si sono aggiunte per denunciare con forza gli abusi derivanti da queste ingiuste dimostrazioni, chiedendo alle autorità di affrontare la faccenda al più presto, temendo soprattutto che questo incidente possa diventare un esempio imitato da bande di intolleranti e teppisti in varie parti dell’Indonesia, una triste esperienza che questo paese ha già vissuto troppe volte.


Aggiornamento sui Paesi che perseguitano Cristo

Dicembre 2010
Corea del Nord sempre al vertice

Siamo giunti al terzo appuntamento dell'anno con gli aggiornamenti dal campo, un'analisi dettagliata delle tendenze, delle evoluzioni e degli accadimenti nel mondo per quanto riguarda la situazione dei cristiani in quei paesi in cui esistono forme di discriminazione e/o persecuzione nei loro confronti. In Corea del Nord, per quanto possibile, peggiorano ancor di più le condizioni dei cristiani, mentre echi di tensioni dal Nord Africa e dal Medio Oriente preoccupano gli osservatori. Ma andiamo con ordine; l'analisi prende in esame il terzo trimestre del 2010: eccovi i risultati.

1.I cambiamenti in Corea del Nord infliggono un pesante tributo ai cristiani2.Cresce il numero dei lavoratori cristiani stranieri espulsi dalla Penisola Araba3.Una nuova strategia diffamatoria fa crescere la tensione tra cristiani e musulmani in Egitto
4. Libertà Religiosa in pericolo per i cristiani in Siria5.L’Escalation di conflitti in Indonesia produce ancora violenza6.La persecuzione dei cristiani è ancora reale in Russia7.La follia di un pastore statunitense crea tensioni
Ognuna di queste tendenze ha effetti sulla chiesa e le conseguenze si rifletteranno sulla prossima WWList se si confermeranno fino alla fine dell’anno.

I cambiamenti in Corea del Nord infliggono un pesante tributo ai cristianiUna comunità familiare in Corea del Nord è stata scoperta dalle autorità in maggio, con le consuete terribili conseguenze tipiche in questa nazione. E’accaduto nella provincia di Pyungsung quando 23 cristiani di una comunità familiare sono stati scoperti dalla polizia. Tre di loro sono stati subito condannati a morte per aver organizzato l’incontro. Gli altri venti sono stati mandati nei campi di lavoro forzato.
Altri cambiamenti generali nel paese comportano effetti pesanti per tutta la popolazione. A causa della riforma monetaria dello scorso novembre, si stima che due persone su dieci abbiano perso la loro casa. La gente vende la propria casa per comprare cibo. Oltre alla crisi economica, la Corea del Nord è stata di nuovo colpita da disastri naturali. In luglio e agosto le aree del nord sono state colpite da inondazioni dovute a piogge battenti. E all’inizio di settembre dozzine di nordcoreani hanno perso la vita nelle inondazioni e smottamenti dovuti a un tifone. Anche in politica sono cambiate le cose. In settembre Kim Jong Un, il terzo figlio di Kim Jong Il, è stato ufficialmente elevato a Generale dell’Esercito e secondo in comando della Commissione Militare. Ciò conferma le intenzioni del presente regime che identifica in Kim Jong Un il legittimo successore di Kim Jong Il. La domanda che ci poniamo è la seguente: cambierà la situazione nel paese quando Kim Jong Un sarà il nuovo leader? Molta gente nel paese non lo crede, ma solo il tempo lo dirà.
Nonostante tutte le terribili notizie che arrivano da questo paese, c’è anche qualche buona notizia. L’americano Aijalon Gomes è stato liberato il 27 agosto dopo quasi sette mesi di detenzione in Corea del Nord. Gomes era agli arresti per essere illegalmente entrato in Corea del Nord in gennaio. L’ex presidente Jimmy Carter si era recato in Corea del Nord per mediare.
(Corea del Nord, 1° nella WWL).

PREGATE PER FAVORE



Eritrea:
continuano gli arresti di cristiani

News Porte Aperte del 9 dicembre 2010

La situazione in Eritrea è complessa. Un’analisi accurata è difficile, poiché i dati che raccogliamo sono in continuo cambiamento e le stime di certo non ci vengono dalle autorità eritree, chiuse e assai poco propense alla collaborazione. Perciò abbiamo testimonianze di rilasci e di arresti in ondate che, da un punto di vista strategico, hanno l’unico scopo di fiaccare, spezzare e ridurre in briciole la Chiesa in Eritrea. I malati gravi (credenti che magari hanno contratto malattie nelle terribili carceri del paese) vengono rilasciati e costretti agli arresti domiciliari; coloro che non hanno una posizione di leadership nella chiesa e firmano un particolare “accordo” con lo stato, a volte vengono rilasciati; i credenti che vengono scoperti mentre stanno facendo il servizio militare nazionale vengono incarcerati, subiscono specifiche "punizioni" e poi, a volte, vengono reinseriti nel servizio militare, dove a seconda del comandante che si ritrovano, possono subire angherie di ogni tipo o essere lasciati in pace; di altri semplicemente - specie i leader ma non solo loro - se ne perdono le tracce in carcere, ecco quindi che delineare un quadro con cifre precise del numero di credenti incarcerati è assai complicato.
Nelle ultime settimane abbiamo avuto notizie di ondate di arresti che come sempre spezzano comunità intere. Il
28 novembre scorso 15 credenti sono stati arrestati dalle autorità eritree nella cittadina di Hagaz, mentre stavano partecipando ad una riunione. Si tratta di 15 uomini dai 18 ai 30 anni che stanno svolgendo il servizio militare in quella zona. Il 19 novembre scorso Ferewini Gebru Tekleberhne, una donna di 35 anni circa, è stata uccisa nel centro di detenzione di Sawa, dove era rimasta incarcerata in un container metallico negli ultimi 2 anni. Probabilmente in preda all’esaurimento più totale ha tentato un'improbabile fuga ed è stata freddata a colpi di arma da fuoco dalle guardie. Era stata arrestata durante il suo servizio militare obbligatorio a causa del fatto che frequentava un gruppo evangelico al di fuori delle 4 confessioni permesse: Chiesa Ortodossa, Chiesa Cattolica, Chiesa Luterana e Islam. In questo campo di Sawa, vicino al confine con il Sudan, esistono aree dedicate alle punizioni per chi tenta di disertare (sono in molti e sempre di più quelli che tentano di scappare dal paese) e per coloro, come Ferewini, che frequentano chiese evangeliche cosiddette “non registrate”. Ovviamente non è praticamente possibile registrarle, quindi o si frequentano le 4 religioni succitate o si frequentano le tante chiese clandestine evangeliche. Il 14 novembre scorso, ben 37 cristiani sono stati arrestati nella città portuale di Assab, tra cui 7 donne e una incinta di 7 mesi. Sono stati prelevati dai loro posti di lavoro, in un’ondata di arresti mirata a scardinare le comunità cristiane della zona: i loro nomi, infatti, erano indicati in una lista che la polizia aveva con sé durante le retate, ciò denota una strategia ben precisa, tesa a minare la fede cristiana nella zona.
Come si diceva all’inizio di questo articolo, la situazione in Eritrea è complessa: i fratelli e le sorelle eritree ci chiedono di pregare per loro. Vi segnaliamo che al nostro prossimo convegno annuale di Porte Aperte, dal 15 al 17 aprile 2011 a Torre Pedrera (Rimini), sarà presente come ospite speciale Helen Berhane, una donna eritrea incarcerata per molto tempo nei terribili container metallici a causa della sua fede in Dio.


Egitto: attacchi in un villaggio

News Porte Aperte 29 novembre 2010

La situazione in Egitto sembra peggiorare velocemente per i cristiani, ed ecco una serie di attacchi contro proprietà di cristiani, frutto di una tensione di fondo latente. Circa 23 case e parecchi negozi tutti con proprietari cristiani, infatti, sono stati danneggiati o distrutti nel villaggio di Al-Nawahid nella prefettura di Qena, a 454 km a sud del Cairo: cinque persone sono rimaste ferite, di cui due versano in gravi condizioni. Il 15 novembre scorso una folla composta da centinaia di musulmani inferociti hanno preso d’assalto 4 vie del villaggio dove vivono parecchie famiglie di cristiani. Di fronte alla folla urlante, intere famiglie, bambini e anziani compresi, si sono date alla fuga o si sono rifugiate sui tetti delle abitazioni, mentre venivano attaccate e incendiate alcune proprietà.
Oltre alle case e ai negozi, sono state distrutte delle pompe per l’acqua, strutture essenziali per irrigare i campi e dare da bere agli animali. I danni sono ingenti e il terrore serpeggia tra la comunità cristiana. Secondo alcune fonti,
la polizia, pur essendo giunta nel posto, non è intervenuta per respingere gli attacchi. Parecchie irregolarità sono state denunciate dai cristiani copti locali nei rapporti e nelle investigazioni della polizia.
A quanto pare la scintilla scatenante è stata la scoperta da parte della comunità musulmana di
un amore sbocciato tra un ragazzo cristiano copto della zona (Hussam Naweil Attallah) e una ragazza musulmana (il cui nome non è stato reso noto): tutto ciò è indicativo dello stato di tensione esistente in alcune aree del paese. I due erano stati visti insieme appartati nei pressi di un cimitero; subito dopo sono stati presi e portati nella locale stazione di polizia e interrogati. La ragazza addirittura è stata sottoposta a visita medica per certificarne la verginità e poi è stata rilasciata. A quanto pare le autorità egiziane hanno tenuto in custodia (e tutt’ora tengono in custodia) il giovane Attallah.
Delle centinaia di aggressori, solo 2 sono stati arrestati. Le vittime degli attacchi si sono unite e hanno assunto un avvocato per evitare che oltre ai danni vi sia anche la beffa, senza considerare che se continuano a rimanere impuniti gli artefici di queste azioni, i rischi per la comunità cristiana copta (e non solo) aumenteranno esponenzialmente, come insegnano esperienze in altre parti del mondo.

Pregate per questa situazione


Iraq:
territorio di guerra

Dossier Porte Aperte del 4 novembre 2010

Continua la persecuzione dei cristiani iracheni. Nuovi appelli alla jihad da parte degli estremisti islamici.
L’Iraq è territorio di guerra. Progressivamente si ritirano le truppe internazionali e si celebrano elezioni democratiche tra bombe e polemiche, ma non si può certo dire né che il territorio sia sotto il controllo delle forze nazionali, né che l’intricato puzzle di partiti uscito dalle urne sia in grado di garantire una certa governabilità. L’Iraq è al centro delle cronache internazionali ormai da molto tempo e in questi giorni lo è per svariati motivi. Da una parte il vecchio Iraq, quello della pena di morte comminata a Tareq Aziz (reo di un imprecisato numero di crimini nel periodo in cui era Primo Ministro per Saddam Hussein) e quello del mastodontico yatch di Saddam (tornato in acque irachene dopo un lungo pellegrinaggio), dall’altra l’Iraq di oggi, quello degli 11 impressionanti attentati consecutivi a Baghdad dei giorni scorsi e quello del recente attacco da parte di un gruppo di uomini armati legati ad Al Qaida a una chiesa siro-cattolica di Baghdad: qualunque sia il motivo per cui se ne parla, le immagini e le notizie ci mostrano un paese che ancora oggi, nonostante i proclami e gli sforzi, rimane un territorio di guerra.
Chi vi scrive ha visitato l’Iraq solo alcuni mesi fa, incontrando di persona i profughi cristiani in fuga da Mossul per il terrore di essere trucidati dagli estremisti islamici. Ed è proprio questo uno dei problemi principali di questo grande paese, il terrorismo islamico. Naturalmente non è l’unico problema, poiché stiamo parlando di una nazione piegata dalle ferite della guerra, in buona parte da ricostruire, instabile politicamente, devastata economicamente, ma d’altra parte in possesso di risorse (soprattutto petrolifere) che potrebbero rialzarla - almeno finanziariamente - in breve tempo. Fa gola l’Iraq, è territorio di guerra perché è terra di conquista, proprio per gli ingenti giacimenti di petrolio, perciò su di esso convergono interessi difficilmente quantificabili e delineabili.
Porte Aperte denuncia le vessazioni e la persecuzione dei cristiani iracheni da molto tempo: oggi se ne parla molto di più, specie dopo il succitato attacco alla chiesa siro-cattolica e la caccia al cristiano avvenuta nei mesi scorsi a Mossul. Ma in questi giorni a far tremare sono di nuovo i deliranti messaggi che giungono dall'ala irachena di Al Qaeda, la quale ha affermato che, si cita testualmente da notizia Ansa di questi giorni, “
i cristiani sono da ora in poi 'bersagli legittimi', dopo lo scadere dell'ultimatum in cui ingiungeva alla chiesa copta di liberare due donne. Nel rivendicare l'attacco di domenica 31 ottobre 2010 a una chiesa a Baghdad, lo Stato islamico d'Iraq (questo il nome del gruppo affiliato ad Al Qaeda) aveva dato 48 ore alla Chiesa copta d'Egitto per 'liberare' due cristiane che diceva convertite all'Islam e 'imprigionate in monasteri' egiziani”. Secondo Asianews, la notizia della conversione all’islam di queste due donne è stata smentita da tutte le autorità religiose islamiche egiziane. Dunque, secondo le parole di questo comunicato dei terroristi, i cristiani iracheni, egiziani e non solo, sono bersagli della follia omicida del terrorismo islamico… in sostanza, nulla di nuovo all’orizzonte.

Preghiamo per la Chiesa Irachena



Corea del Nord.
La successione del dittatore

News Porte Aperte del 9 settembre 2010

Anche la Corea del Nord, come il Pakistan, sta vivendo un problema inondazioni davvero importante, ma tutto questo non ferma i preparativi per l’attesa conferenza del Partito dei lavoratori di Corea che dovrebbe sancire la successione di Kim Jong-Il a favore del figlio più giovane Kim Jong Un. Il distacco abissale tra il regime e il popolo ormai ha creato una situazione surreale, difficile persino da spiegare e quindi da comprendere. Questo importante passaggio di poteri nell’unica dinastia comunista al mondo è segnato innanzitutto da un ulteriore aumento dell’influenza dell’entourage di Kim Jong-Il, in particolare di Jang Song-Thaek, cognato del così chiamato Caro Leader, e Choi Yong-rim, fedelissimo dello stesso, un aspetto questo che
fa intuire quale sarà il futuro di questa devastata nazione e cioè un proseguimento dell’insensata, folle e inumana politica di isolamento e autosufficienza verso l’esterno e repressione e persecuzione verso l’interno (in particolare nei confronti dei cristiani).
La disastrosa riforma monetaria avviata poco tempo fa ha creato un’ulteriore voragine nel paese, con un tragico e spropositato aumento dei suicidi e ben tre province (Hamkung, Yanggang e Jagang, corrispondenti alle nostre regioni) dove la gente letteralmente muore di fame. Le notizie che sfuggono alla totale censura nordcoreana (secondo la costituzione ci sarebbe una libertà di stampa, ma non esiste nulla di lontanamente simile, tutto è filtrato e controllato dallo stato), parlano di paesi interi ridotti alla fame con gente che muore in continuazione, per quella che si profila come una delle più gravi carestie mai vissute da questa nazione: tutto ciò accade nel totale disinteresse dell’oligarchia che comanda, immersa in un lusso smisurato, presa dal culto di un leader decadente e folle. Addirittura, per la prima volta si parla anche di sommosse, manifestazioni pubbliche da parte di una popolazione abituata da decenni a non osare esprimere il proprio parere e a osannare il leader come un dio; a quanto pare gli anni di fame e di bugie hanno sfiancato un popolo ormai stremato, che pur vivendo in una delle nazioni più militarizzate e controllate (attraverso una fitta rete di spie e polizia segreta) del mondo, oggi - in certe zone - prova ad alzare la voce, a quanto pare venendo repressa nel sangue.
Molti tentano la fuga nella vicina Cina, ma il regime organizza squadre di agenti della polizia segreta per cercarli e riportarli in patria, dove la condanna è solitamente implacabile (questo paese è famoso per i veri e propri campi di concentramento, dove sono incarcerati anche migliaia di cristiani a causa della loro fede).
Di questo progressivo e calibrato cambio al vertice del regime che sta avvenendo in questi giorni, i cristiani nordcoreani si interessano poco: nel paese in cui sono più perseguitati al mondo la preoccupazione principale è sopravvivere, non farsi scoprire, non sparire per sempre in uno dei famigerati campi di concentramento (denunciati da praticamente tutte le organizzazioni umanitarie più importanti). L’attuale regime di Kim Jong-Il ha cercato di estirpare la chiesa con tutti i mezzi possibili e ha fallito.

PREGHIAMO FRATELLI E SORELLE PERCHE’ HANNO BISOFNO DI NOI!!!


Pakistan
alluvioni, carestie e terrorismo

News Porte Aperte del 2 settembre 2010

Anche questa settimana siamo costretti dai fatti di cronaca a parlarvi del Pakistan, una nazione che sembra stia scivolando ormai nella rovina, tra alluvioni catastrofiche, carestie imponenti e un terrorismo viscido e brutale. La breve analisi che ogni settimana in queste newsletter vi proponiamo, ha sempre come scopo principale quello di presentarvi la situazione interna di uno di quegli stati che compongono la nostra World Watch List di Porte Aperte, cioè l’elenco dei paesi dove i cristiani vengono perseguitati, cercando così di avvicinarvi a quei fratelli e a quelle sorelle che vivono in quel determinato paese. In Pakistan i cristiani subiscono una crescente persecuzione, con atti discriminatori in certi casi inumani. Ieri, mentre la minaccia delle inondazioni toccava - e tocca - altre due città e l’emergenza colpiva - e colpisce - milioni di persone, una catena di tremendi attentati ha sconquassato questa nazione: due kamikaze si sono fatti esplodere nella moschea di Karbala Gambay Shah e il terzo alla porta di Bhatti durante una processione religiosa sciita a Lahore (Pakistan orientale), alla quale partecipavano migliaia di fedeli per ricordare Hazrat Ali, genero di Maometto ucciso in una moschea nell'anno 661. Il bilancio è di almeno 29 morti e più di 200 feriti, alcuni gravissimi. Un altro attentato è stato compiuto da uomini armati a Karachi (Pakistan meridionale), così come un corteo funebre è stato attaccato a Multan, nel Punjab. Il gruppo terroristico Lashkar-e-Jhangvi, legato ad al-Qaeda e noto per le sue posizioni anti-sciite, ha rivendicato la responsabilità degli attacchi realizzati la sera alla fine del Ramadan.
Dunque tutta questa distruzione e morte deriva da una tensione interna tra musulmani sunniti e sciiti, tensione che, come fanno notare gli osservatori internazionali, sta creando disastri anche in molte altre nazioni (come Marocco, Libano, Iraq, Iran, Yemen, ecc.). Si tratta di una vera e propria guerra fredda in seno al mondo musulmano, capitanata da una parte dalla Repubblica islamica dell’Iran, la più grande potenza sciita, finanziatrice del movimento sciita in molti paesi musulmani e non, e dall’altra la maggioranza sunnita, guidata finanziariamente (e non solo) dall’Arabia Saudita. Quest’esemplificazione, lungi dall’essere esaustiva, serve a dare un quadro generale della strisciante battaglia interna al mondo islamico e a farci capire meglio come mai avvengano attentati perpetrati da terroristi musulmani, durante processioni musulmane e in paesi musulmani e quindi con un sacco di vittime musulmane.
Nel mezzo di questa guerra fredda islamica, combattuta anche in Pakistan a suon di attentati, vivono i cristiani. La settimana scorsa vi abbiamo parlato di come i cristiani pakistani si vedano negare l’accesso ai rifornimenti di cibo e all’assistenza primaria a causa della loro fede nei vastissimi luoghi dove è in corso la disastrosa alluvione. Oggi vi ricordiamo che la persecuzione nel resto del territorio continua attraverso la piaga dei rapimenti delle giovani donne cristiane (costrette a sposare poi uomini musulmani e a rigettare la loro fede) e un’infinità di altre vessazioni nei loro confronti. Un esempio è quanto accaduto nella cittadina di Mandi Bhawaldin, dove per l’ampliamento di una moschea, unilateralmente e senza permessi il leader spirituale islamico della zona ha deciso di edificare sopra il vicino cimitero cristiano, violando le tombe lì presenti. Le minacce a chi osava protestare sono scattate immediatamente e ora, nonostante il divieto a farlo, la costruzione continua, così come lo scempio delle tombe.

Dio conforta e custodisci il cuore e la mente dei tuoi figli.
Preghiamo!


Pakistan:
ci giungono richieste di aiuto!

L’alluvione in Pakistan sta acquisendo le proporzioni di un disastro immane: le stime parlano di 20 milioni di persone toccate dalla catastrofe, 8 milioni delle quali hanno bisogno di aiuti urgenti e 6 milioni sono senzatetto. La carestia per molti è alle porte, così come la diffusione di malattie letali come la malaria e il colera, con grandi aree rimaste isolate per il crollo di ponti e viadotti. In questo caos di acqua, macerie e fango, migliaia di cristiani pakistani vittime dell’alluvione si vedono negare l’accesso ai rifornimenti di cibo e all’assistenza primaria a causa della loro fede. Il Pakistan è una nazione musulmana al 97%, con quasi 3 milioni di cristiani. Vi sono zone in cui, come si diceva, i musulmani negano l’accesso a ogni aiuto e soccorso ai cristiani, creando una tragedia nella tragedia. Peggiore, se possibile, è la situazione degli ex musulmani convertiti al cristianesimo, bersagli vulnerabili dell’odio dei fondamentalisti.
La forte influenza talebana ha diffuso sempre più una forma di islam radicale, intollerante e sempre più aggressivo. I rapporti che ci giungono dalla vastissima zona colpita dalla catastrofe, infatti, ci parlano di un incremento notevole della violenza contro i cristiani, con sempre più casi di espulsioni o conversioni all’islam forzate. Le chiese locali diventano così gli unici punti di riferimento per i cristiani pakistani. Siamo profondamente preoccupati per quanto riguarda la distribuzione degli aiuti e dell’assistenza medica, da cui i cristiani pakistani vengono disumanamente esclusi.
Vi chiedo di pregare per loro!


Kirghizistan
184 morti in pochi giorni di violenze

News Porte Aperte 17 giugno 2010
In questi giorni l’Asia centrale, per molti una polveriera ben prima della dissoluzione dell’Unione Sovietica, si infiamma: al centro di quelli che vengono definiti scontri etnici tra uzbechi e kirghizi, c’è il Kirghizistan (o Kyrgyzstan), un paese di cui molti, forse, nemmeno sanno l’esistenza. Nata dalla fine dell’impero sovietico nel 1991, la Repubblica del Kirghizistan è una nazione a maggioranza musulmana di circa 5 milioni di abitanti, caratterizzata da instabilità politica e sociale; di fatto era balzata all'attenzione della cronaca in particolare nell'aprile scorso, quando una violenta rivolta deponeva il presidente e portava al potere un governo di transizione. Qui, vive una minoranza cristiana (stime vecchie di un paio di anni parlano di 600.000 cristiani) che affronta discriminazioni di vario genere, più che altro nell’ambito della vita sociale, poiché la costituzione garantisce una certa libertà di culto (anche se negli ultimi tempi la libertà di evangelizzare è stata ridotta).
In questi giorni si registrano scontri tra i due principali gruppi etnici locali, kirghisi e uzbechi, in particolare scoppiati nel sud il 10 giugno scorso e trasformatisi nelle più gravi violenze registrate in 20 anni in questo paese. Finora Reuters riporta 184 morti (quasi tutti uzbeki), 2.000 feriti e circa 100.000 profughi, in fuga verso l'Uzbekistan. In gran parte le violenze sono avvenute a Osh, una cittadina di casette di fango alternate a edifici tipici dell’epoca sovietica che sorge vicino al confine con l'Uzbekistan: un terzo degli edifici è stato distrutto e il
The New York Times denuncia la partecipazione addirittura di frange dell’esercito kirghiso in una vera e propria caccia all’uzbeko. Il periodico Guardian riporta, infatti, le parole di molti profughi uzbeki, che oltre ai morti negli scontri a fuoco raccontano di omicidi indiscriminati di donne e bambini, stupri e incendi appiccati nelle loro case.
Queste notizie ci vengono confermate da fonti locali con cui siamo in contatto proprio in questi momenti; uno di loro ci ha raccontato: “
Parlo ogni giorno con il pastore X al telefono, la situazione è davvero complessa. Non ci sono solo i colpi di arma da fuoco, bensì anche stupri e assassini. Tutti i maggiori negozi o mercati sono stati dati alle fiamme o saccheggiati. In questi giorni non si riesce a trovare nessun tipo di cibo in vendita. La gente mangia quello che aveva in dispensa in casa”. A proposito delle ondate di profughi e del fatto che, a quanto pare, le frontiere con l’Uzbekistan sono state chiuse, la stessa fonte, un pastore, ci racconta: “Non ti è permesso lasciare la città. Tutti quelli che provano a scappare dalla città vengono fermati dai check point militari. Ti ordinano di tornare indietro e di combattere per il gruppo etnico a cui appartieni”.Nelle comunità cristiane esistono membri sia di un’etnia che dell’altra (quindi sia kirghisi che uzbeki), ma “i kirghisi che vengono scoperti ad aiutare qualche uzbeko vengono severamente puniti”, così come ci stanno raccontando le nostre fonti. Abbiamo sentito di gruppi di donne cristiane che sono nascoste nei seminterrati delle case, in attesa di aiuto. Alcuni pastori cercano di soccorrere e aiutare chiunque, indipendentemente dall’etnia e questo li espone al pericolo di ritorsioni. Secondo l’agenzia Reuters, “Uzbechi e kirghizi si sono rinfacciati la responsabilità degli attacchi. Il governo provvisorio ha accusato il deposto presidente Kurmanbek Bakiyev, dell'etnia kirghiza, di aver istigato le violenze. Ma Bakiyev, in esilio in Bielorussia, ha negato il proprio coinvolgimento nella vicenda”.Sono giorni confusi, difficile dare un giudizio su quanto sta accadendo, ma ancora una volta ci sembra improprio usare il concetto di “scontri” etnici, poiché così come viene presentato troppo spesso dai media crea nell’opinione pubblica l’idea che scendano in piazza fazioni distinte e armate e se le diano di santa ragione, mentre anche in questo caso sembrerebbe (è d’obbligo il condizionale) che il massacro sia pressoché a senso unico.

Preghiamo che l’ amore di Cristo sia più grande di qualunque paura e che chi è in una condizione di poter aiutare lo faccia.

Marocco:
seconda ondata di espulsioni

News Porte Aperte, 26 maggio 2010
Altri ventisei cristiani stranieri sono stati espulsi dal Marocco: ad oggi dunque si giunge a un totale di 105 espulsioni dall’inizio di marzo 2010. In violazione della legge marocchina, i cristiani espulsi non hanno avuto il diritto di ricorrere in appello e in alcuni casi nemmeno l’opportunità di avvisare le loro famiglie o di preparare le valigie. Pare che i fautori della linea dura all’interno del governo - e in particolare del Ministero degli Interni - stiano facendo pressione sul re affinché dimostri le sue “credenziali islamiche”. E’ inoltre in corso una campagna dei media che mira a demonizzare e quindi a dare una visione distorta dei cristiani, al fine unico di far crescere nella popolazione (islamica) marocchina un sentimento di rifiuto nei loro confronti. Compass Direct News riporta inoltre che 7000 leader musulmani hanno firmato un documento in cui viene definito letteralmente “abuso morale” e “terrorismo religioso” il lavoro portato avanti dai cristiani in Marocco.

A ciò va aggiunto che a fronte di queste campagne mediatiche, almeno due cristiani marocchini sono stati picchiati recentemente, mentre altri sono stati interrogati e vessati. Si tratta di una svolta per il Marocco. Tuttavia, secondo quanto dichiarato da uno dei cristiani europei espulsi, “ci saranno massicce ripercussioni”, poiché molti marocchini musulmani sono scossi e negativamente colpiti dalle ingiuste deportazioni e dalla falsa campagna mediatica lanciate nel nome dell’Islam contro pacifici cittadini cristiani. Queste reazioni positive di cittadini marocchini di religione musulmana, ci ricordano i passi in avanti fatti fino ad oggi da questo paese e di come tali passi abbiano in qualche misura influenzato l’opinione pubblica marocchina.

Preghiamo per i nostri fratelli ma anche per i marocchini che si sono sentiti offesi dalle azioni dei loro stessi concittadini musulmani… Possa Dio chiamarli alla Verità di Cristo!


Etiopia: storie difficili


News Porte Aperte 13 maggio 2010
La processione del funerale si muoveva lentamente dalla chiesa al cimitero. Polvere e lacrime rigavano il volto di Sintayehu, mentre a fatica camminava alla testa del gruppo, ondeggiando leggermente il capo. I collaboratori di Porte Aperte ascoltavano impotenti i suoi gemiti. Era inconsolabile. Pochi giorni prima, precisamente il 20 dicembre 2009, il corpo di Markos Lagiso, suo marito, era stato rinvenuto vicino alla porta di casa loro a Senkele, Etiopia.
La Polizia insisteva nel dire che Markos era morto per una non ben definita faida tra famiglie. I leader delle chiese in città tutt’oggi sostengono invece che sia stato ucciso perché aveva finanziato le spese legali per la sua chiesa nel processo contro gli attacchi da parte degli estremisti islamici, attacchi avvenuti un paio di mesi prima la sua uccisione (settembre 2009). Una settimana dopo l’assassinio, il funerale e i giorni di lutto avevano lasciato dei segni profondi nel volto di Sintayehu. Nel suo cuore si mescolavano il dolore per la perdita di suo marito, le domande senza risposta sul suo assassinio e l’incertezza per il suo futuro. A casa, intanto, c’erano 7 figli di cui prendersi cura, mentre in tasca aveva solo qualche spicciolo e un debito per le spese del funerale.
Altre complicazioni facevano capolino nella sua vita.
C’era il processo da affrontare e le relative pressioni sociali. Un membro della sua famiglia era stato improvvisamente arrestato, sbattuto in cella e una sentenza lo aveva condannato piuttosto rapidamente a 15 anni di prigione. Oggi Sintayehu, debole, affranta e confusa, non si sente al sicuro: è una vedova che vive in una società ostile fatta di uomini che non esitano a trarre profitto dalla sua vulnerabilità. Gli estremisti islamici non la lasciano in pace: suo figlio Abe è stato recentemente accusato di offendere la fede islamica indossando degli abiti tipicamente musulmani, abiti che gli erano stati dati da un amico musulmano: tuttavia il pastore della chiesa sospetta che questa fosse una manovra per circuire il giovane Abe e fabbricare contro di lui un’accusa ufficiale.
Markos aveva aperto un ristorante nel villaggio di Loke. Il giorno del suo assassinio stava spostando l’incasso di molti giorni di lavoro, ma quei soldi sono stati rubati. E’ stato visto un vicino musulmano frugare nelle tasche del povero Markos; quella stessa persona, interrogata, ha poi ammesso di aver rubato quei soldi dal corpo inerme di Markos, ma tra minacce e pressioni Sintayehu sa che non potrà mai sporgere denuncia contro quella persona. Nonostante tutte queste difficoltà, la vita deve comunque andare avanti, perciò questa giovane vedova è stata costretta a raccogliere tutto il coraggio che le rimaneva, indipendentemente da quanto fosse incerto il suo cammino o contrito il suo cuore, e a prendere delle decisioni difficili. Priva di fondi e di aiuti, Sintayehu ha affidato temporaneamente 6 dei suoi 7 figli a parenti che abitano in una città vicina, con l’obiettivo di allontanarli dalle pressioni e dai pericoli della società in cui vivono, e si è tuffata a capofitto nell’attività del marito. “
Dio mi ha aiutato in maniera miracolosa!” ci ha detto. La città dove è situato il ristorante sta crescendo e così l’attività procede bene: “Oggi non ho serie esigenze economiche”, ci ha rivelato. Ma le sue esigenze spirituali sono tante: il dolore immenso della sua perdita, i pericoli derivanti da un ambiente ostile, le problematiche di una madre sola, la rendono molto vulnerabile. La sua chiesa, col supporto di Porte Aperte, sta facendo tutto il possibile per aiutarla: vuoi aiutarla anche tu? Ha estremo bisogno delle tue preghiere! E se vuoi, puoi scriverle qualche lettera di incoraggiamento! Sintayehu è una delle sorelle e dei fratelli a cui possiamo scrivere. Il suo indirizzo è quello della missione
Porte Aperte
CP 45
37063 Isola della Scala (VR)


IRAQ:
autobomba contro studenti cristiani

News Porte Aperte 6 maggio 2010

(Foto copyrights di IshtarTV)
“Questa mattina 3 autobus che trasportavano studenti cristiani sono stati obiettivo di un’azione terroristica nei pressi di Mossul" ci ha raccontato un collaboratore di Porte Aperte domenica scorsa. Secondo questa fonte locale una persona è morta e altri 80 sono rimaste ferite. Il bilancio è poi peggiorato con il passare delle ore (il numero dei feriti è raddoppiato), con parecchi casi molto gravi, i quali, se si salveranno, comunque rimarranno menomati. L’attacco ha avuto luogo presso un posto di blocco sulla strada fra Karamless e Qaraqosh in direzione di Mossul (area di Kokjaly), gestito da militari americani, curdi e iracheni. Un attentatore suicida su un’auto piazzatasi fra i primi due autobus si è fatto esplodere; a questa esplosione ne è seguita una seconda, un ordigno piazzato a margine della strada. Secondo le notizie più recenti, il proprietario di un’officina meccanica vicino al luogo dell’attentato, Radeef Hashim Mahrook, è morto nel tentativo di aiutare gli studenti colpiti dalla prima esplosione.
Molti osservatori sono costernati dalla spregiudicatezza di questi attentati, avvenuti in una zona con una forte presenza di militari: è evidente che il movimento fondamentalista dimostri di essere sempre più privo di scrupoli e sicuro di sé. Di fatto rivendica un maggior impegno nell’estirpare gli “infedeli cristiani” e promette l’utilizzo di metodi sempre più creativi e violenti in questa feroce crociata.Molti degli studenti cristiani hanno lasciato Mossul a causa delle bande di estremisti islamici che letteralmente vanno a caccia di cristiani, ma come rifugiati non sono autorizzati a studiare a Erbil o in altre città. Per questa ragione questi studenti spesso, dai loro villaggi nella pianura di Ninive, devono recarsi a studiare a Mossul. I collaboratori locali di Porte Aperte, che devono mantenere l’anonimato, aggiungono: “
E’ normale, molti degli studenti fanno i pendolari anche giornalmente a causa del pericolo che corrono se rimangono a dormire a Mossul”. Dopo questi attacchi oltre 1.000 studenti spaventati dall’accaduto, salteranno il resto del semestre.
Ricordiamo con il cuore in gola le famiglie di profughi da questa città che abbiamo incontrato nel nostro recente viaggio in Iraq; ricordiamo le parole dei giovani studenti che, mal celando la loro frustrazione, ci dicevano che avrebbero continuato comunque ad andare a scuola nonostante le minacce.
Siamo preoccupati per la poca attenzione data a questi attentati da parte dei media. Solo l’
Avvenire sembra trattare la faccenda con la dovuta preoccupazione e il TG 2, di cui vi mettiamo il link per il video reportage fatto da Rai 2.
http://www.tg2.rai.it/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-4980ad4f-b4f0-4a9b-9ea1-0ef5c212abb4-tg2.html?p=0

(Nel video si fa riferimento ai cattolici, si parla di vescovi che protestano e nelle immagini si vede una suora fare il segno della croce. Il direttore del quotidiano cattolico l’ Avvenire denuncia il silenzio dei media.)

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Pakistan:

rapiscono le giovani cristiane


Mentre nelle nazioni occidentali si discute appassionatamente di velo, di burkini e di diritti delle minoranze islamiche, con inspiegabili erosioni dei diritti dei cristiani (come nei recenti casi in Inghilterra), gran parte del mondo islamico procede spedito nella direzione dell’assoluta “non reciprocità”, vessando e perseguitando i non musulmani e in particolare i cristiani. La vena polemica con cui iniziamo questa newsletter deriva ovviamente dal nostro impegno diretto in quelle nazioni dove la persecuzione è reale, ove raccogliamo valanghe di testimonianze di cristiani discriminati, incarcerati, torturati, uccisi o rapiti. E a proposito dell’infame fenomeno dei rapimenti, la cronaca ci riporta oggi in Pakistan, dove molte giovani cristiane vengono sequestrate e costrette a convertirsi all’islam a suon di violenze.Sonia Mahon ha 19 anniE’ cristiana e vive con la sua famiglia nel sobborgo di Nishtar della grande città pakistana di Lahore. Il primo aprile scorso Ali Raza, un musulmano della zona, ha bussato alla porta di casa sua, dicendole che il fratello Parvaiz l’aspettava lì fuori. Ingenuamente le ha creduto e invece del fratello ad aspettarla c’era un’auto con all’interno alcuni amici di Raza. L’hanno costretta a entrare e da quel momento è sparita.
Le ricerche della famiglia sono state vane; il cellulare della ragazza era spento; poi, dopo due giorni di angoscia, finalmente quel cellulare è risultato acceso, ma a rispondere non è stata Sonia, bensì la voce di un uomo che, dopo qualche parola biascicata, ha passato la linea proprio alla giovane ragazza. Sonia, con voce flebile, ha detto alla sua famiglia di non cercarla più, che lei era felice e che non dovevano assolutamente cercare di trovarla.

E’ ovvio che è stata obbligata con la violenza a dire quelle cose”, ha raccontato il fratello Parvaiz, “temo che prima l’abbiamo costretta con la forza a convertirsi all’islam, poi a sposarsi con qualcuno di loro e questo potrebbe voler dire che non la rivedremo mai più”. Di casi come questi ne succedono molti. Un ragazzo musulmano particolarmente spregiudicato prende di mira una giovane cristiana, con l'aiuto di amici la rapisce, la tengono segregata per giorni, la obbligano tra botte e insulti a recitare un improvvisato credo musulmano e poi il ragazzo la violenta mettendola incinta: per la ragazza e per la famiglia è l’inizio di un incubo che spesso non ha fine.

In Pakistan la vita per i cristiani diventa sempre più dura. Vi sono zone in cui è addirittura impossibile resistere. In quelle zone, le autorità locali assolutamente non aiutano, anzi spesso sono la fonte dei problemi: false accuse di vario genere vengono fabbricate ad hoc per distruggere la vita di intere comunità, per far chiudere chiese, per arrestare pastori o per coprire rapitori e assassini di cristiani. Anche nel caso del rapimento di Sonia, la polizia inizialmente non voleva nemmeno accettare la denuncia di scomparsa, solo l’intervento della
All Pakistan Minorities Alliance ha fatto sì che gli agenti fossero obbligati ad iniziare le ricerche. Secondo il direttore di questa organizzazione in favore delle minoranze, Khalid Gill, uno degli amici di Raza, tale Fahad, da tempo cerca di rapire una giovane cristiana per prendersela come sposa-schiava, a suo carico infatti ci sarebbero già altri tentativi. I ritardi e le indolenze nelle ricerche da parte della polizia spesso non sono altro che strategie, poiché gli agenti, pur sapendo dove si trova, attendono che la ragazza rapita rimanga incinta dalle violenze subite, così poi è quasi impossibile per i tribunali permettere alla ragazza di tornare alla sua famiglia.

NON CI SONO PAROLE…. Preghiamo per questa giovane sorella


Marocco:
la situazione è molto complessa

News Porte Aperte 31 marzo 2010

Giorni fa vi abbiamo parlato della triste storia dei due orfanatrofi “Village of Hope” e “Children’s Haven” dove secondo un bellissimo progetto di adozioni temporanee i bambini potevano vivere in vere e proprie realtà familiari, abbandonando quindi la sistemazione tipica dell’orfanatrofio tradizionale. Il Marocco di recente ha messo in atto una serie di espulsioni e rimpatri forzati di cittadini stranieri operanti nel campo umanitario-sociale, azione che ha scatenato una sequela di reazioni non solo in Italia, ma anche a livello internazionale. Conseguenza: il distacco forzato degli operatori dai bambini per l’immediatezza del provvedimento che non ha lasciato spazio a repliche o appelli.


LEGGETE QUESTE RIGHE ORA.

“Ci appelliamo ai nostri sostenitori in tutto il mondo, chiedendo di non reagire a questa situazione usando internet o altri mezzi per divulgare punti di vista che potrebbero essere interpretati dalle autorità marocchine negativamente. Noi genitori siamo gli unici che si possono rivolgere alle autorità in questa situazione per conto dei nostri bambini e stiamo mettendo insieme un gruppo di persone alle quali affidiamo il nostro messaggio e che parleranno per noi. Se avete postato commenti 'non autorizzati' o iniziato petizioni, vi preghiamo di interromperle immediatamente e di rimuovere tutte le informazioni che avete reso di pubblico dominio”. Questa che avete appena letto è la parte finale dell’unica dichiarazione ufficiale approvata dai genitori e dallo staff dell’orfanatrofio Village of Hope, una delle strutture colpite dai provvedimenti di espulsione di cui si sta tanto parlando in questi giorni.

Preghiamo e basta fratelli e sorelle.




CINA
Un volto della persecuzione: Peilan Shen

31 marzo 2010 da China Aid Association ( che non è una missione cristiana ma un’ associazione che spesso si batte per la liberta di fede dei nostri fratelli cinesi)

- Nel pomeriggio del 24 Marzo 2010 funzionari governativi Maqiao di Shanghai hanno rapito la sorella Shen Peilan per la seconda volta questo mese. La sua attuale ubicazione è ancora sconosciuta.


Il 16 marzo 2010, la cristiana Shen Peilan è stata liberata da una prigionia di 9 giorni a Pechino grazie all’ intervento di due avvocati e della polizia di Pechino. Tuttavia appena tornata a Shanghai, i funzionari locali hanno continuato ad opprimerla.

Spesso le autorità locali mettono i difensori dei diritti umani come Peilan, agli arresti in casa in nome di "ragioni di sicurezza per l'Expo di Shanghai". Citando la necessità di costruire "un ambiente armonioso per l'Expo di Shanghai 2010", i funzionari governativi Maqiao hanno posto Shen Peilan agli arresti domiciliari il 23 marzo e le hanno proibito di andare in ospedale e di uscire anche a fare la spesa. Alle 4:00 il 24 marzo, otto funzionari governativi Maqiao hanno fatto irruzione nella casa di Shen e hanno tentato di rapirla con la forza. Ma la famiglia ha immediatamente chiamato la polizia. è fuggita con l'aiuto del marito e si è nascosta nella camera da letto, e subito dopo è arrivata la polizia.
Haimè gli ufficiali più tardi sono ritornati e hanno messo Shen spalle al muro costringendola a entrare nella loro auto. Hanno inoltre tagliato la linea telefonica e confiscato il suo telefono cellulare. Shen non è stato più vista da allora. Aid Association fa un appello ai funzionari di Shanghai affinchè smettano di perseguitare i cristiani e rilascino la sorella Shen immediatamente.


Preghiamo che le autorità di Shanghai si pentano e rispettino la legge.
Chiediamo inoltre ai cristiani di tutto il mondo di pregare per i fratelli perseguitati, e in particolare per la la vita di Shen.



INDIA
1.000 attacchi negli ultimi 500 giorni in varie zone dello stato indiano di Karnataka

25 marzo 2010
E’ doveroso tenere alta l’attenzione sulla condizione dei cristiani in India, poiché l’involuzione drammatica vissuta negli ultimi tempi a causa delle ondate di violenze dei fondamentalisti indù ha costretto tutti a rivedere le proprie idee su questo paese.
Nel solo stato di Karnataka, secondo un’investigazione indipendente portata a termine dall’Alta Corte dello Stato, ci sono stati almeno 1.000 attacchi negli ultimi 500 giorni in varie zone di questo stato indiano. L’impatto sociale di queste assurde violenze è incalcolabile per la comunità cristiana, nella maggior parte dei casi costretta alla fuga; ci sono stati morti, feriti e migliaia di profughi. L’ultimo attacco è accaduto il 17 marzo 2010, pochi giorni fa, quando un gruppo di 150 persone guidate dagli estremisti indù del Vishwa Hindu Parishad e dalla sua ala giovanile, il Bajrang Dal, ha fatto una vera e propria irruzione durante il funerale di un cinquantenne cristiano. In preda alla follia, gli estremisti si sono impadroniti del corpo del defunto e l’hanno caricato su un trattore, per gettarlo poi più lontano, gridando che il corpo di un cristiano tumulato in suolo indiano avrebbe contaminato la terra e che andava invece seppellito a Roma o negli Stati Uniti. Dopo l’intervento della polizia, il funerale è stato portato a termine, ma solo qualche giorno dopo.

A quanto pare l’ondata di violenze in Orissa sembra essere diminuita, ma Karnataka continua a bruciare. A tutto ciò vanno aggiunte le continue false accuse mosse contro i cristiani, una forma di vessazione davvero strisciante, che mira a gettare discredito nella comunità cristiana indiana. Molti di loro vengono trascinati nelle locali stazioni di polizia, incarcerati senza nessun processo, picchiati brutalmente e per uscire sono costretti persino a pagare una cauzione. Ci sono poco più di un milione di cristiani in Karnataka, su una popolazione di circa 52 milioni di persone.

Fratelli preghiamo con quotidianità per chi soffre per Cristo!


Marocco: al via le espulsioni di stranieri

News 15 marzo 2010


Le autorità marocchine hanno espulso più di 40 cristiani stranieri operanti nel campo umanitario, in un’assurda azione vessatoria che ha coinvolto anche 33 genitori adottivi di orfani. Tali rimpatri continuano, quindi l’operazione si presenta ben più vasta delle informazioni che abbiamo in questo momento. Le autorità marocchine avrebbero consegnato all’ambasciata USA a Rabat, una lista di 40 cittadini da espellere; da un portavoce della stessa ambasciata, David Ranz, arriva la conferma che le espulsioni continueranno e che la motivazione sarebbe il “proselitismo” attuato da queste persone. Reuters, però, la famosa agenzia di stampa, parla di oltre 70 cittadini stranieri tra americani, olandesi, inglesi e neo-zelandesi già espulsi dall’inizio del mese.
La polizia è dapprima intervenuta in gran forza il giorno sabato 6 marzo 2010, per interrogare i bambini e per perquisire i locali in cerca di Bibbie e di altro materiale cristiano; poi domenica notte è stato comunicato ai membri dello staff l’ordine di espulsione con effetto immediato (il giorno dopo, cioè lunedì).
Potete immaginare il trauma dei bambini, dei genitori adottivi e dello staff nel doversi separare così bruscamente: tutti sperano di poter tornare al più presto, ma in realtà sembra che assolutamente non sarà loro permesso di rientrare nel paese e quindi di rivedere i bambini con cui hanno stabilito una relazione profonda. Chris Broadbent, un membro dello staff, afferma: “A questo punto, per quanto noi desideriamo vedere i genitori riabbracciare i loro bambini, ormai sembra quasi impossibile”. Le accuse a loro rivolte di fare proselitismo sono respinte con forza al mittente; l’intero staff ha firmato un regolamento interno a tal proposito: “Noi siamo un’istituzione perfettamente legale e autorizzata. Sin dall’inizio le autorità sono state messe al corrente del fatto che l’orfanatrofio era un’istituzione fondata da cristiani e gestita da uno staff composto sia da cristiani che da musulmani”. Nel villaggio di Azrou, 100 miglia a est di Rabat, un altro orfanatrofio, "Children’s Haven" (Il rifugio dei bambini), è oggetto dello stesso tipo di investigazioni e irruzioni della polizia. Secondo una dichiarazione che troviamo nel sito di Village of Hope: “Quest’azione contro il nostro orfanatrofio fa parte di un’azione nazionale contro i cristiani in Marocco”. I cristiani in Marocco (terra in cui esisteva una certa tolleranza nei confronti delle minoranze) attribuiscono questo peggioramento della situazione alla nomina di Mohammed Naciri come Ministro della Giustizia e di Taieb Cherkaoui come Ministro degli Interni, entrambe avvenute in gennaio. Un pastore, la moglie e un genitore sono stati arrestati e poi rilasciati il 10 marzo scorso, in una palese azione intimidatoria nei loro confronti. Le conversioni sono un tabù, l’ala più islamica dei poteri forti vorrebbe che aumentasse il peso della legge islamica nel paese. “Più la chiesa cresce e più diventa visibile, più tutto questo scatena la loro reazione”, dichiara un esperto di libertà religiose in Medio Oriente, “E’ solo questione di tempo”.


Colombia: i guerriglieri intensificano l’offensiva contro le chiese

News Porte Aperte 1 marzo 2010
L’offensiva della guerriglia contro le chiese nel dipartimento di Guaviare si è intensificata negli ultimi tempi.
Come parte integrante della loro strategia per limitare l’impatto del Vangelo e del suo messaggio di pace, la FARC-EP (Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia - Esercito del Popolo, organizzazione guerrigliera comunista in Colombia di ispirazione bolivariana fondata nel 1964) ha emanato una dichiarazione pubblica che proibisce a tutti i pastori di realizzare incontri nelle loro chiese. I comandanti della guerriglia hanno inoltre proibito ogni forma di evangelizzazione e di distribuzione di Bibbie e libri cristiani nei villaggi rurali della zona nord del dipartimento di Guaviare (è uno dei 32 dipartimenti di questa nazione - vere e proprie regioni - ed è posto nell'area centro meridionale della Colombia). Il mese scorso a 10 chiese è stato ordinato di chiudere, mentre ordini simili sono stati dati ad altre comunità durante il 2009 nella parte sud del dipartimento.
Con le imminenti elezioni locali e nazionali, le forze armate della guerriglia sono particolarmente attente a chi voterà e per chi si voterà, supportando solo quei candidati che si dimostrano vicini all’ideologia della FARC-EP. Ovviamente, questi candidati non sono di certo cristiani e non fanno parte delle chiese evangeliche locali. I principi cristiani e gli insegnamenti delle chiese evangeliche naturalmente cozzano con gli ideali politici e violenti della FARC-EP, trasformando i cristiani in veri e propri bersagli della guerriglia. Ogni pastore della zona ha ricevuto una chiamata o un messaggio chiaro dai guerriglieri, nel quale si diceva che ogni più piccola violazione agli ordini della FARC-EP non sarà tollerata.


Il pastore Santiago Perez della
Chiesa delle Assemblee Cristiane è stato costretto a fuggire dopo le reiterate minacce di morte, derivanti dalla sua efficace opera di evangelizzazione nelle aree rurali del dipartimento di Guaviare. Gli stessi direttori della sua denominazione gli hanno consigliato la fuga, per evitare che fosse ucciso, dopo che in 6 città le Assemblee Cristiane erano state costrette a chiudere varie chiese in queste ultime settimane. 5 pastori di queste chiese hanno deciso di restare, svolgendo un lavoro sotterraneo per continuare a seguire i membri delle chiese che ora non possono più riunirsi pubblicamente. “Non c’è molto che possiamo fare che sia visibile” ci ha detto uno di loro, “tuttavia, continuiamo a pregare ogni giorno all’alba e cerchiamo di infondere forza a quei coraggiosi che stanno facendo mini corsi di discepolato in incontri all’aperto fatti con poche persone; se i guerriglieri se ne accorgono, non vedono altro che 3 o 4 persone che parlano spontaneamente di qualcosa”.

PREGHIAMO TUTTI INSIEME PER LA CHIESA COLOMBIANA!!


Iraq
a Mosul caccia al cristiano casa per casa dossier

25 febbraio 2010
Mosul è diventata negli ultimi anni la capitale dell’orrore per molti cristiani e in questi ultimi giorni la violenza è riesplosa, con omicidi feroci e mirati a danno di famiglie intere. “E’ stato un giorno di sangue ieri” ci ha riferito un nostro collaboratore, “in una casa tutti i membri della famiglia sono stati assassinati, 5 persone. Per prima cosa gli aggressori hanno sparato da un’auto. Poi si sono fatti strada a piedi dentro l’abitazione e hanno sparato all’intera famiglia. Infine, in una sorta di monito agli altri cristiani della zona, hanno trascinato due corpi fuori dall’edificio abbandonandoli per strada”. Nessuna denominazione è risparmiata da queste nuove ondate di violenza, infatti la famiglia di un prete cattolico è stata assassinata (due fratelli e il padre). Un’altra famiglia ha cercato rifugio in casa di altri membri della comunità, ma gli estremisti islamici li hanno seguiti, uccidendoli. Due studenti sono stati rapiti e non si sa se sia stato chiesto un riscatto per il loro rilascio, mentre ad altri due è stato sparato. “I cristiani sono braccati e uccisi nelle loro stesse case. Alcuni sono stati uccisi addirittura di fronte ai check-point prima di lasciare Mosul, mentre le forze di sicurezza curde e arabe sono rimaste inermi a guardare”, ci hanno riferito il giorno stesso dell’inizio degli attacchi.

Il mondo osserva

Anche le
Nazioni Unite oltre che la ONG Human Rights Watch danno notizia di queste uccisioni mirate da parte degli estremisti islamici a Mosul. L’Alta Commissione per i Rifugiati delle Nazioni Unite stima che tra i 250.000 e i 500.000 cristiani hanno già lasciatoil paese negli ultimi anni, quindi ora si teme una nuova ondata di profughi, che peraltro sembra essere già iniziata. Le nostre stime di questi giorni ci parlano di 40/50 famiglie di cristiani (con una media di 5 componenti ciascuna) già fuggite da Mosul - che ricordiamo essere una città del nord dell’Iraq - mentre molte altre vorrebbero scappare ma non hanno un luogo dove andare e vivono nel terrore. Già nel 2008 vi era stato un vero e proprio esodo di cristiani da queste parti (circa 12.000!): la strategia del terrore e della violenza evidentemente sta funzionando, il numero di cristiani decresce rapidamente (solo a Mosul 10 anni fa si parlava di 100.000 cristiani, oggi si parla di 100/150 famiglie), la Chiesa agonizza in questa parte del mondo! I leader di differenti chiese e denominazioni si sono incontrati proprio in questi giorni drammatici per condividere le preoccupazioni, le difficoltà e le perdite, e cercare un modo per supportarsi a vicenda.Le autorità irachene non garantiscono aiuti.
Le autorità irachene non hanno il potere di arginare il deterioramento della situazione a Mosul. Ci giungono testimonianze di cristiani che dalle stesse autorità hanno ricevuto l’invito e il consiglio di andarsene. Le notizie che riceviamo parlano di fratelli e sorelle alla disperata ricerca di un modo sicuro per lasciare la città: è evidente che sono abbandonati a se stessi.
Oro nero
Dopo sette anni di invasione, occupazione, e amministrazione di un Paese che non è mai stato così sovrano come veniva sostenuto, gli Stati Uniti stanno andando via, lasciando un territorio tutt’altro che stabile, dove molti errori sono stati commessi - alcuni serenamente riconosciuti - e molto lavoro c’è ancora da fare. L'Iraq è potenzialmente tra i primi tre Paesi produttori di petrolio al mondo (grazie ai suoi giacimenti nel nord). Gli anni di embargo seguiti alla guerra del 1991, l'invasione anglo-americana, il terrorismo, la guerra civile strisciante tra curdi, sciiti e sunniti hanno reso obsolete le infrastrutture petrolifere e ostacolato ogni forma di ripresa dell’attività di estrazione, ma in questi ultimi anni qualcosa si è mosso. Hanno riaperto i battenti i terminali petroliferi di Bassora e l'oleodotto per la Turchia, mentre si sta pianificando la costruzione di un altro oleodotto per la Siria. “
L'estate scorsa sono stati conclusi i primi contratti con Bp, Shell e Exxon Mobil. Poi il ministro del Petrolio, Hussein al-Sharistani, annunciava ottimista in autunno di voler incrementare la produzione nel prossimo decennio dagli attuali 2,5 milioni di barili al giorno a ben 12. Un traguardo superiore di almeno il 30 per cento all' attuale estrazione saudita” scrive ne Il Corriere della Sera, Cremonesi. Non tenere in considerazione l’oro nero significa non avere un quadro realistico di quanto sta accadendo in questo paese. In mezzo a questo intreccio di interessi economici, politici e religiosi, con il fondamentalismo islamico in grado di uccidere impunemente in alcune zone del paese, i cristiani diminuiscono, assassinati o costretti alla fuga, destinando la chiesa irachena alla scomparsa

NOI DOBBIAMO PREGARE AFFINCHE’ QUESTO NON ACCADA!


Eritrea.
14 cristiani rilasciati su cauzione

18 febbraio 2010

Dopo le ondate di arresti indiscriminati di cristiani avvenute nell’ultimo mese dell’anno, oggi vi riportiamo una buona notizia per 14 cristiani detenuti a causa della loro fede. Il 5 febbraio scorso, le autorità di Adi-Nefase (il campo militare ad Assab) hanno deciso per il rilascio di 12 cristiani della Chiesa di Kale-Hiwot, in prigione ingiustamente da ben 2 anni. A questa decisione si aggiunge quella del famigerato campo di Mitire, con la quale ad altri 2 cristiani, membri della Chiesa Rhema, è stata concessa la libertà su cauzione. Come sapete non vi è libertà di culto in Eritrea al di fuori delle confessioni riconosciute, che sono l’Ortodossa, la Cattolica, la Luterana e, ovviamente, l’Islam.
Di seguito pubblichiamo i nomi dei 12 rilasciati dal campo militare di Adi-Nefase: 7 giovani uomini,
Fetewe Gebremichel, Yosief Yehdego, Kibreab Tsegay, Habtom Kiros, Bereket Tesfay, Hiyabu Genzebu, Amanuiel Mehari; e 5 giovani donne, Almaze Teckle, Hagosa Abraha, Emnet Kiflom, Terhase Measho e Hiwet Kibrom. Tutti al tempo dell’arresto erano studenti delle superiori. Al momento del rilascio è stato intimato loro di non partecipare a nessun tipo di attività cristiana e semmai dovessero disobbedire a tale ordine, è stata promessa loro l’esecuzione sul posto.
Contesto e situazione diverse per gli altri due giovani uomini, in precedenza soldati dell’esercito regolare, rilasciati dal campo di Mitire dopo un anno e 7 mesi di detenzione:
Aklilu Tesfamichel e Gebru Tesfayon, questi i loro nomi, erano stati incarcerati per aver condiviso il Vangelo di Cristo con alcuni commilitoni, un gesto che hanno pagato con l’internamento in uno dei campi più duri e inumani dell’Eritrea. Oggi sono tornati a ricoprire il ruolo nell’esercito che avevano prima di essere arrestati.


I dati precisi sul numero di prigionieri cristiani detenuti nelle terribili carceri eritree sono difficili da raccogliere. Da una recente analisi si parla di oltre 2.220 persone, ma è assai difficile avere la stima esatta, poiché altri calcoli elevano il numero fino a poco meno di 3.000. Quel che è certo è che fra loro ci sono 38 leader di comunità, arrestati per la loro attività cristiana, ma detenuti senza nemmeno un capod’accusa. 17 di loro sono in carcere da più di 5 lunghissimi anni.


Indonesia: che le chiese cessino le loro attività!

8 febbraio 2010

Non migliora la situazione per i cristiani in Indonesia, il più popoloso paese musulmano del mondo. Negli ultimi tempi anche questa nazione è oggetto di una recrudescenza dell’intolleranza e della discriminazione a danno della minoranza cristiana, un leitmotiv di buona parte del mondo musulmano attuale. Proprio in questo periodo la Corte Costituzionale Indonesiana discuterà la possibilità di una revisione della legge contro la blasfemia (con questo termine si intende ogni forma di offesa/oltraggio alla religione islamica, al corano e a Maometto). Fin dal 1965 (anno dell’introduzione della legge), tale norma suscitò profonda preoccupazione negli indonesiani non musulmani, in quanto si presentava come un evidente ostacolo alla libertà di religione e allo spirito pluralistico e democratico della nazione, richiamato dalla stessa costituzione del paese. Di fatto poi, tale provvedimento ha finito per essere un tassello in più nell’involuzione continua delle condizioni dei cristiani (e di altre minoranze) nel territorio.
E’ notizia del 4 febbraio scorso l’ordine da parte delle autorità locali dell’isola di Java di chiudere definitivamente due chiese della zona. Sotto la pressione dei gruppi islamici più estremisti (sempre più influenti in tutti gli ambiti governativi), le autorità della provincia di
Banten hanno ordinato la cessazione delle attività della Chiesa Cristiana Battista di Sepatan, distretto di Tangerang. “La pressione eserciata dai gruppi islamici è così forte, che le amministrazioni locali sembrano impotenti” ci ha riferito un preoccupatissimo Bedali Hulu, pastore della succitata congregazione. La chiesa, peraltro, possiede un regolare permesso ministeriale - oltre che un accordo con la cittadinanza locale - sin dalla sua apertura, avvenuta nel 1969. Tale permesso fu poi ulteriormente confermato nel 2006, ma il Fronte dei Difensori Islamici (un movimento integralista) negli ultimi tempi ha esercitato pressioni di vario genere, non disdegnando plateali e aggressive azioni di disturbo contro i culti e le riunioni della chiesa, oltre che le consuete lettere minatorie contro il pastore e la sua famiglia.L’anno scorso, inoltre, venne appiccato un incendio che danneggiò parte della chiesa, ma la polizia non prese nessun tipo di provvedimento in merito.
Sempre a Java, vicino alla città di
Bekasi, l’amministrazione locale ha dato un termine ultimo di cessazione delle attività alla congregazione cristiana Huria Christian Protestant Batak Church, presente nella cittadina di Pondok Timur sin dal 2006. Il pastore Luspida Simanjuntak sostiene di essere stato invitato a un incontro per discutere sulla presenza della chiesa evangelica nella comunità, dato che alcuni residenti musulmani si opponevano all’esistenza stessa della congregazione, e di non avere avuto nemmeno lo spazio e il diritto di dire una parola: di fatti, si è visto consegnare una lettera nella quale si decretava la cessazione delle attività della chiesa per il 31 gennaio 2010. La chiesa ha fatto regolare richiesta sin dal 2006 di permesso, concesso solo per la casa del pastore: sono passati quasi 4 anni e le autorità locali stanno ancora processando la richiesta, una tipica forma di ostruzionismo che rende impossibile la nascita di chiese regolari.
NOI DOBBIAMO PREGARE!


India:
delegati europei finalmente possono visitare le zone degli attacchi


01 febbraio 2010

Finalmente dopo ripetuti ed estenuanti tentativi da parte delle delegazioni dell’Unione Europea di far visita a Kandhamal (distretto dello stato indiano di Orissa), le autorità indiane hanno concesso un permesso ai diplomatici europei, a patto che essi non svolgano nessun tipo di attività di indagine sui tragici fatti accaduti in questa zona. Nel 2008 il distretto di Kandhamal (e non solo), infatti, fu teatro di una feroce ondata di attacchi contro i cristiani, un evento che sconvolse il mondo occidentale, demolendo l’immagine pacifica della cosiddetta più grande democrazia del pianeta. Oltre 120 persone assassinate, migliaia di case e centinaia di chiese bruciate o rase al suolo, senza parlare poi degli oltre 50.000 sfollati, scampati alla follia omicida degli estremisti indù rifugiandosi nei boschi, nelle foreste e negli improvvisati campi profughi, un fatto che lo stesso Primo Ministro indiano non esitò a definire “una vergogna nazionale”.Ebbene, le stesse autorità indiane, per mesi e mesi hanno proibito alle varie delegazioni internazionali di far visita ai campi profughi, tanto che solo ora i diplomatici UE ricevono il permesso di andare nello stato di Orissa, a patto che nessuna indagine conoscitiva sia svolta.
Ironicamente nel 2009, il leader del partito indù nazionalista
Rashtriya Swayamsevak Sangh (RSS), Mohan Bhagwat, aveva liberamente visitato la zona e organizzato un grande raduno di adepti (per la precisione a Bhubaneswar). Da molti (in particolare dalle vittime), proprio questo leader, Bhagwat, è indicato come una delle menti degli attacchi; inoltre ben 85 membri dello stesso partito nazionalista, sono sotto indagine da parte della polizia con l’accusa di aver preso parte agli attacchi.
Dunque un team di 13 rappresentati dell’Unione Europea, capeggiato dal deputato spagnolo Ramon Moreno, svolgerà un tour di 4 giorni a Kandhamal, per il quale all’inizio le autorità federali dello stato di Orissa avevano comunque rigettato la possibilità di anche solo passare per le zone specifiche teatro delle violenze anti-cristiane; poi, in un secondo momento, probabilmente a causa di pressioni diplomatiche, hanno accettato, ma alla succitata condizione. L’obiettivo del tour, naturalmente, sarebbe quello di verificare gli sforzi fatti dal governo indiano per soccorrere le vittime e perseguire i colpevoli degli attacchi, ma dubitiamo che sia possibile. Un locale attivista per i diritti umani,
Ajay Singh, parla già di sgomberi forzati di profughi dalle zone dove dovrebbe passare la delegazione europea, oltre che delle continue violazioni dei diritti umani subite dalle vittime, molte delle quali impossibilitate a tornare nelle loro case - pena ulteriori violenze - a meno che non rinneghino la loro fede e si convertano all’induismo. Alcuni indennizzi (statali e di organizzazioni cristiane e non) sono stati dati alle vittime, non a tutte e solo una minima parte di quello che era stato promesso, si parla di 1.100 persone contro i 50.000 profughi derivanti dagli attacchi. Per di più, oltre alle minacce degli estremisti subite dai molti cristiani che hanno perduto tutto quello che avevano, segnaliamo che discriminazioni, violenze e soprusi di vario genere sono stati perpetrati a danno di credenti in molte parti dell’India nel solo mese di dicembre, tra cui si contano casi in Karnataka, Andhra Pradesh, Tamil Nadu, Maharashtra, New Delhi e molte altre zone.
Confidiamo davvero che questa delegazione europea possa discostarsi dalla semplice visita di diplomatica di cortesia e possa diventare uno strumento per amplificare la voce dei cristiani indiani.


Analisi della persecuzione nel mondo
(gennaio 2010)


Il periodo coperto da questa versione di World Watch List è dal 1 novembre 2008 al 31 ottobre 2009. Significa che i mesi novembre e dicembre del 2009 non sono stati inclusi.
La World Watch List, la lista nera dei paesi ove la persecuzione è reale, è compilata attraverso un questionario appositamente progettato, composto da 50 domande riguardanti vari aspetti della liberà religiosa. Viene assegnato una sorta di punteggio a seconda della risposta che viene data a ogni domanda. Le domande vengono poste a esperti, conoscitori, residenti e contatti di vario genere, per fornire dati il più possibile aderenti alla realtà. Il numero totale di punti per paese determina la sua posizione nella lista. Le domande riguardano la situazione legale, lo status ufficiale dei cristiani (es.
La costituzione e/o le leggi nazionali garantiscono la libertà religiosa? Agli individui è permesso dalla legge convertirsi al cristianesimo?) e le attuali condizioni dei singoli cristiani (i cristiani vengono uccisi per la loro fede? Vengono condannati a pene detentive, campi di lavoro o mandati in ospedali psichiatrici a causa della loro fede?). Viene analizzato il ruolo della chiesa nella società (i luoghi d’incontro cristiani e/o le case dei cristiani vengono attaccati per motivi religiosi?) e la produzione di materiale cristiano (i cristiani hanno la libertà di stampare e distribuire materiale cristiano? Le pubblicazioni vengono censurate/proibite in questo paese?). La colonna “Variazione” indica invece la certezza delle informazioni che abbiamo ottenuto. Accade a volte che le informazioni non vengano del tutto confermate o siano parzialmente incomplete. In quel caso, il valore della “variazione” sarà più alto e tale valore è stato pensato proprio per offrire una classificazione empiricamente adeguata., qui di seguito vi mostriamo la lista completa dei 50 paesi dove la persecuzione a danno dei cristiani è maggiore, con i dati più recenti elaborati a gennaio 2010 (colonna 2010) comparati a quelli dell'anno precedente elaborati a gennaio 2009 (colonna 2009); inoltre trovate la colonna "Trend", dove "=" significa che la situazione è rimasta invariata, "-" che si è registrato un peggioramento e "+" che invece vi è stato un miglioramento. La colonna "Variaz." sta per variazione e il significato lo trovate all'inizio di questo articolo.Dopo la lista troverete due paragrafi generici che spiegano i peggioramenti e i miglioramenti che si sono registrati in questa nuova WWList 2010.

Come potete notare il Kazakistan è stato tolto dall’elenco, non perché la situazione in quel paese sia migliorata, ma perché altri paesi hanno visto peggiorare la loro situazione interna e sono balzati in avanti nella WWList. E’ possibile che il Kazakistan riappaia nell’elenco se questo paese in futuro applicherà una legislazione religiosa più severa.

Classificazione nella WWL: analisi generale
Per l’ottavo anno consecutivo la Corea del Nord occupa la prima posizione nella WWList, un triste primato per un paese in cui ogni attività religiosa è considerata come un tentativo di insurrezione contro la stabilità del regime dittatoriale di Kim Jong-II. I cristiani sono costretti ad affrontare terribili persecuzioni, bersaglio in tutto il paese di arresti, torture e persino uccisioni. La Corea del Nord è tristemente nota per i campi di lavori forzati (veri e propri campi di concentramento), dove spariscono i cristiani ma anche chiunque osi opporsi al regime. Il disperato tentativo del dittatore di estirpare con la violenza il Cristianesimo è vano, infatti secondo le nostre fonti esso continua a crescere.
Quest’anno l’
Iran sorpassa l’Arabia Saudita, trovando quindi la seconda posizione. La nazione guidata da Ahmadinejad vive tuttora enormi difficoltà interne, soprattutto dopo la rielezione del succitato presidente, un evento che ha dato vita a un’ondata di manifestazioni popolari, all’ammissione da parte del governo di brogli elettorali e all’inumana repressione nel sangue di ogni opposizione. Il regime teocratico iraniano si fonda sull’Islam radicale, perciò negli ultimi tempi i cristiani sono stati ancor più perseguitati rispetto al passato, attraverso irruzioni, perquisizioni, arresti e vessazioni di ogni tipo. L’Arabia Saudita rimane salda in terza posizione, per la costante mancanza di libertà religiosa, un fatto quest’ultimo che non cambia rispetto all’anno precedente. La Somalia continua la sua preoccupante ascesa (un po’ in tutte le classifiche negative a dire il vero) e passa in quarta posizione. Nell’aprile del 2009 il Parlamento, istituzione che insieme al governo risulta totalmente incapace di mantenere un ordine minimo nel territorio, ha trovato il tempo di votare all’unanimità l’introduzione della legge islamica. I cristiani vengono monitorati, controllati, seguiti e perseguitati dal governo e dai militanti islamici (questi ultimi in costante aumento nel territorio, secondo una specifica strategia del terrore di Al Qaeda); i credenti risiedono per lo più nella zona sud del paese e vivono la loro fede nel segreto, come credenti nascosti, in costante pericolo di vita.
L’Islam è la religione ufficiale anche nelle
Maldive, Afghanistan, Yemen e Mauritania. La Mauritania passa dalla 18ª posizione all’ottava, un peggioramento dovuto a un’esponenziale crescita di eventi persecutori nei confronti dei cristiani, tra cui vale la pena ricordare l’assassinio di un giovane padre di famiglia in giugno, l’arresto e la tortura di altri 35 in luglio e la detenzione di altri 150 in agosto.
Non ci sono miglioramenti in termini di libertà religiose in
Laos (che ricopre la nona posizione), il governo continua quindi la sua politica discriminatoria e repressiva. L’Uzbekistan mantiene la decima posizione, con un palese deterioramento delle condizioni dei cristiani, arrestati, multati, interrogati e psicologicamente vessati dalla polizia, e spesso obbligati dai familiari a “tornare all’Islam”. Molto si potrebbe dire sulle ondate di violenza in India e in Nigeria, di cui vi abbiamo dato ampia copertura mediatica attraverso il nostro sito, così come sulla disastrosa situazione in Eritrea, Pakistan e Iraq, senza dimenticare la contraddittoria posizione della Cina, in cui cresce con forza il Cristianesimo ma non mancano le discriminazioni e le vessazioni nei confronti dei cristiani. Anche il Vietnam, l’Azerbaijan, il Tajikistan, Indonesia, la (per alcuni) “quasi europea” Turchia, la Tunisia e il Kyrgyzstan vivono un deterioramento delle libertà religiose. Il Vietnam è teatro di un confronto su larga scala tra governo e credenti; vengono espropriate le proprietà delle chiese, a ciò seguono delle manifestazioni di protesta, durante le quali i credenti vengono arrestati e malmenati. In Azerbaijan e in Tajikistan sono state introdotte nuove leggi repressive sulla religione, mentre la situazione in Turchia non cambia di molto, con casi anche gravi di persecuzione.


AIUTARE LA CHIESA CHE SOFFRE

Come possiamo esser d’aiuto alla Chiesa sofferente?

Sostenere il resto che sta per morire è un suggerimento presente in Apocalisse 3: 2 . “Sii vigilante e rafferma il resto che sta per morire; poiché non ho trovato le opere tue compiute nel cospetto del mio Dio.”
Rafforzare la Chiesa sofferente è possibile in differenti modi: con la preghiera prima di tutto, con le nostre offerte, con lettere o petizioni da spedire 1- alle autorità politiche dei Paesi nei quali Cristo stesso è perseguitato 2- ai giornali 3- alle nostre alte cariche governative, nella speranza di un intervento a favore dei nostri fratelli perseguitati per la fede. 4- Possiamo sostenerli inviando una cartolina illustrata o brevi lettere: grande incoraggiamento e aiuto troverebbero nelle nostre parole, ci sentirebbero vicini… si sentirebbero meno soli. E questo per chi è in carcere o è rimasto a casa da solo coi figli e senza il capofamiglia è veramente essenziale e consolante. Non diamo poca importanza a quello che potremmo fare per il corpo che soffre… ricordiamoci che siamo tutti membra l’ uno dell’ altro e che il capo è uno solo, Cristo!

Abbiamo predisposto tre lettere tipo.

Per chi non conosce l’inglese, si può usare il testo di una di queste tre lettere che contengono un breve messaggio d’incoraggiamento che può essere copiato-incollato, stampato su un foglio e spedito in busta chiusa all’ indirizzo di Porte Aperte. Non citiamo mai Porte Aperte nella cartolina o nella lettera per ragioni di copertura della missione. L’ indirizzo compaia solo nella busta mai all’ interno. Nelle lettere non deve mai esser detto niente di negativo contro i governi o l’islam o altre religioni. Quando firmiamo le lettere o le cartoline scriviamo il nostro nome, cognome e paese d’origine, ma non l’intero indirizzo. Naturalmente non mandiamo mai soldi, direttamente, al fratello detenuto o alla famiglia o promesse di aiuto. Per queste azioni demandiamo alla missione di Porte Aperte.

Ecco tre prototipi di lettera

1-

Dear ………………….. (nome del destinatario)
I heard about your situation and wanted to write to let you know that you are in my prayers. Although we have never met, we are united as brothers and sisters in Christ.

I cannot imagine what it must be like to have to endure your sufferings. But I know that the Lord is with you – even in the hardest times. I pray that you will know His presence and His peace everyday. Keep looking to Him and trusting in Him, for He is a faithful God.

“God is our refuge and strength, an ever present help in trouble.” – Psalm 46:1.
With love in Christ,
…………………………………..[Vostro nome]
…………………………………[Vostro paese – optional)

2-


Dearest …………………….. (nome della sorella o fratello a cui stai scrivendo),
I have read about your situation and I want to tell you that I pray for you,
It is hard for me to understand how difficult must be your place but I am sure that GOD is good and He is looking after you….only be strong and courageous to our Lord Jesus Christ.
You are a wonderful witness for me and all Church.

Jesus is coming back for His Bride.

Isaiah 41:13“For I am the LORD, your God, who takes hold of your right handand says to you, Do not fear; I will help you.
With love,
……………… (tuo nome)
………………..(il Paese in cui vivi )

3-

Dearest ……….. (nome della sorella o fratello a cui stai scrivendo),
I have read about your situation and I want to tell you that I pray for you,
It is hard for me to understand how difficult must be your place but I am sure that GOD is good and He is looking after you….only be strong and courageous to our Lord Jesus Christ.
You are a wonderful witness for me and all Church.
Jesus is coming back for His Bride.
“Have I not commanded you? Be strong and courageous. Do not be terrified; do not be discouraged, for the LORD your God will be with you wherever you go." Joshua 1:9
With love,
……………………… (tuo nome)
………………………..(il Paese in cui vivi )





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